Allarme in ritardo? «I sindaci sapevano…»

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Il capo della Protezione civile sarda: «L’allerta  annunciava rischio elevato». Piano d’emergenza, quasi due terzi dei Comuni non ce l’hanno…

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giorgio cicaloSASSARI – I sindaci erano stati avvisati, spettava a loro attivarsi per tutelare l’incolumità pubblica “con le procedure e le misure di competenza”. Alcune delle quali sono stabilite nei piani d’emergenza, di cui però 144 Comuni su 377 sono sprovvisti. L’allerta meteo diffuso dal centro di coordinamento regionale della Protezione civile domenica 17 novembre e riferito a lunedì 18 metteva in guardia i primi cittadini con avviso di criticità elevata (livello massimo) riferita alle aree del Campidano, Flumendosa-Flumineddu, Montevecchio-Pischilappiu, Gallura, Tirso, Iglesiente: “Si prevedono precipitazioni diffuse anche a carattere di rovescio o temporale, forti raffiche di vento e frequente attività elettrica”. Il comunicato riporta il contenuto dell’avviso diffuso dalla Protezione civile nazionale. C’era da allarmarsi? Secondo Giorgio Cicalò, da ieri commissario straordinario per l’emergenza alluvione, «i sindaci, che conoscono il linguaggio codificato, erano in grado di interpretare il documento». E dunque agire di conseguenza. Quello che nel comunicato non c’è scritto era l’inimmaginabile: cioè che l’isola sarebbe stata in balìa della tempesta perfetta.

Le polemiche sull’allarme. Franco Gabrielli, numero 1 della Protezione civile nazionale, martedì pomeriggio ha definito sciacalliquelli che fomentano polemiche sui presunti ritardi nell’allarme o sulla possibile sottovalutazione del fenomeno. Giorgio Cicalò, che coordina il centro regionale, ribadisce che non si poteva fare di più di quello che è stato fatto. «Allerta meteo tempestivi, bollettini aggiornati, annunci chiari e inequivocabili sul livello di rischio, giudicato da subito elevato». E poco importa, secondo Cicalò, se nell’allerta meteo della Protezione civile nazionale emesso la mattina del 18, la Sardegna non sia neppure menzionata: ci sono il Veneto, la Puglia, la Basilicata e altre regioni, dell’isola vittima prescelta di Cleopatra invece non c’è traccia. Anche in questo caso, «fa fede l’allerta elevato emesso il giorno prima dalla sala operativa regionale e riferito alle 24-30 ore successive».

Cartine che cambiano. Nel bollettino meteo della Protezione civile del 18 novembre, la cartina della Sardegna cambia colore. Inizialmente è quasi per intero blu, a indicare precipitazioni intense su tutta l’isola. Poi una sezione, corrispondente all’area della bassa Gallura, della Baronia e del Sarrabus diventa viola: significa che in quelle zone le piogge saranno molto intense e di conseguenza il rischio sarà molto elevato. A sollevare il caso è stato il consigliere regionale Paolo Maninchedda (partito dei Sardi), che nel suo blog accusa la Protezione civile di avere diramato allerta meteo poco chiari che non facevano intuire la gravità di quello che poi sarebbe accaduto. La replica di Giorgio Cicalò è abbastanza stizzita: «I bollettini meteo possono essere aggiornati a seconda del cambiamento delle condizioni climatiche, i documenti di riferimento sono in ogni caso quelli diffusi dalla Regione. Che – ribadisce – annunciavano un livello di criticità elevato».

Piani d’emergenza. Sono i numeri a dire che la Sardegna è in forte ritardo. Su 377 Comuni, 144 non sono dotati di alcun piano d’emergenza: né contro gli incendi boschivi, né sul rischio idrogeologico e idraulico. Neppure il cosiddetto “piano speditivo”, quello che indica in estrema sintesi la procedura da seguire nelle situazioni critiche. Significa che 144 centri dell’isola sono scoperti di fronte all’emergenza, nel senso che non essendoci un protocollo definito da seguire rischiano di mettere in atto comportamenti rischiosi per l’incolumità delle persone. Tra i Comuni totalmente carenti, ci sono per esempio Arzachena e Uras, dove il ciclone ha presentato un conto molto salato, con cinque vittime annegate nelle loro case.

In Gallura tanti altri centri ne sono sprovvisti: è il caso di Golfo Aranci, di Calangianus e La Maddalena.

FOTO450_olbiaallagataMolti altri Comuni sono dotati di un piano incendi, altri solo di quello idrogeologico. Torpè e Olbia li hanno entrambi: non sono serviti per evitare il disastro. La maggior parte dei 377 centri è dotato di un piano comunale di protezione civile (è il caso di Uras) che l’ha approvato nel luglio 2010. Ma non è più sufficiente: la legge 100 del 12 luglio 2012 ha stabilito che tutti i Comuni debbano dotarsi di un nuovo piano d’emergenza sulla base delle indicazioni della Protezione civile nazionale e delle giunte regionali. Il tempo è già scaduto: i Comuni avrebbero dovuto farlo entro il 12 ottobre dell’anno scorso. Solo il 62 per cento ha accolto la richiesta, una percentuale più bassa della media nazionale, altissima (sino al 99 per cento) soprattutto al Nord.

Il dolore dei sindaci. Gerardo Casciu, sindaco di Uras (paese che conta una vittima) ha la voce stanca. Dice che da 48 ore non chiude occhio «perché prima devo mettere in sicurezza la mia gente». Non vuole fare polemiche, non lancia accuse. Quando gli si chiede perché Uras non ha un piano d’emergenza dice che «c’è quello di protezione civile». Non è lo stesso ma poco sembra importare in questo momento, in cui è accaduto «quello che nessuno poteva prevedere». Neanche poche ore prima: il sindaco racconta che la mattina del 18, molto presto, era andato a controllare il livello dei canali: «Pioveva già ma l’acqua era molto lontana dal raggiungere un’altezza critica – racconta –. Nelle ore successive ho fatto altre verifiche, la situazione era ancora tranquilla. Poi per il mio paese è iniziato l’incubo».

La Nuova Sardegna