Emergenza alluvione. «Sardegna fuori regola»

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Gestione dell’emergenza e ritardi nella creazione del Centro. Due mesi fa una dura lettera della Protezione civile alla Regione. La Protezione civile sarda non ha realizzato il Cdf, per questo rischia il commissariamento. La storia di una cattedrale nel deserto a Macchiareddu.

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GABRIELLICAGLIARI – La lettera è di due mesi fa, una messa in mora dai toni durissimi: il capo della Protezione civile Franco Gabrielli ha invitato in termini perentori la Sardegna a dotarsi di un Centro funzionale decentrato (Cdf). La raccomandata è partita poche settimane prima che lo stesso Gabrielli indicasse alla commissione Ambiente della Camera dei deputati le sei Regioni che non hanno neppure avviato le strutture destinate a coordinare i soccorsi in caso di emergenza.

La missiva spedita ai vertici dell’amministrazione regionale fa riferimento anche alla mancata adozione dei piani di emergenza da parte di molti Comuni. Con un monito finale: se nel gennaio 2014 persisterà la situazione attuale la Protezione civile sarda sarà commissariata e non riceverà neanche i bollettini con gli allerta meteorologi. Le operazioni di prevenzione, coordinamento e soccorso saranno gestite dalla sede centrale e per l’Isola sarà la fine del federalismo dell’emergenza.

MESSA IN MORAIndirizzata al presidente della Regione Ugo Cappellacci, all’assessore all’Ambiente Andrea Biancareddu e al responsabile della Protezione civile sarda Giorgio Cicalò, la lettera di messa in mora ha provocato un autentico terremoto di cui, però, nessuno ha saputo nulla. Eppure, nell’impossibilità di garantire il lavoro previsto dalle linee guida nazionali Cicalò ha addirittura FOTO200_LUPIAOLBIA2minacciato le dimissioni, anche se la decisione, contenuta in una lettera all’assessore, è rientrata. L’ingegnere è rimasto al suo posto e avant’ieri è stato nominato commissario per l’emergenza dopo il devastante ciclone di lunedì. In quest’ottica si deve dunque leggere l’annuncio di due giorni fa: Biancareddu ha parlato di una delibera sull’apertura del Centro funzionale decentrato. Sul quale, tra l’altro, non è mai esplosa – come pure avrebbe meritato – la polemica legata alla maxi costruzione di Macchiareddu: realizzata circa dieci anni fa, con spese notevoli, proprio per ospitare la sala operativa della Protezione civile regionale, non è mai entrata in funzione perché, si dice, è stata costruita in zona alluvionale. E già questo la dice lunga sul modo in cui vengono prese le decisioni che comportano esborsi – notevoli – di denaro pubblico. Chissà, poi, se è davvero questa la motivazione che ha regalato l’ennesima cattedrale nel deserto sardo: secondo fonti ben informate c’è chi ha frenato per non spostare la sala operativa fuori dal territorio del Comune di Cagliari. Si vedrà. Intanto la lettera di Gabrielli un effetto lo ha comunque sortito: pochi giorni dopo gli uffici della Protezione civile sono stati spostati in via Veneto, vicino a Villa Devoto, la sala operativa è rimasta, invece, ospite del Corpo forestale, in via Biasi.

SCARICABARILE – Tutta questa vicenda diventerà importante nel momento in cui si dovranno individuare le colpe: le inchieste giudiziarie aperte in passato dopo analoghi disastri sono lì a dimostrare che nessuna di quelle mosse potrebbe bastare a sollevare dalla responsabilità penale l’intera gerarchia, nazionale e regionale, dal primo dei prefetti all’ultimo dei sindaci. I primi cittadini che non hanno adottato i piani di emergenza non potranno essere considerati i soli responsabili. Le indagini della magistratura, attraverso lo studio di leggi, norme e regolamenti, dovranno accertare se, per far fronte  all’inadempimento di un sindaco, esista un meccanismo che possa imporre il rispetto delle linee-guida. Davanti ai disastri ambientali l’interesse in gioco è, innanzitutto, la vita umana, senza dimenticare il territorio e le attività produttive. Ecco perché sarà necessario controllare se esiste uno strumento che eviti di mettere al riparo da qualunque responsabilità chi si sia limitato alla trasmissione di una notizia lasciando la facoltà – perché di facoltà si tratta visto che da più parti i piani comunali non sono stati adottati – di procedere secondo la legge. È difficile pensare che tutto possa risolversi in una comunicazione – fax, sms, mail e quant’altro – senza un successivo accertamento. Di più: la stessa adozione dei piani di emergenza non basta senza una adeguata informazione alle popolazioni e un puntuale addestramento dei cittadini. L’organizzazione deve essere nota a tutti, soprattutto a chi vive nelle zone ad alto rischio idrogeologico. Solo così un’intera famiglia non troverà la morte cercando la salvezza in cantina.

ALLARME – Alcuni sindaci, consapevoli della responsabilità del loro ruolo, di fronte al ciclone si sono dati da fare. Così, mentre Olbia annegava, a dieci chilometri di distanza non ci sono state perdite umane: il primo cittadino di Monti Emanuele SINDACO MONTI MUTZUMutzu ha preso sul serio l’allarme della Protezione civile e domenica sera ha deciso l’evacuazione di 15 abitazioni. «Abbiamo allertato le persone delle zone del paese maggiormente a rischio, nelle località Cicheddu e Su Canale, a ridosso dei corsi d’acqua», ha raccontato. «Solo la parte bassa del paese poteva correre dei rischi, per questo motivo, dopo aver verificato le condizioni meteo attraverso i canali ufficiali, alle 9 di lunedì abbiamo sgomberato due abitazioni a Cicheddu dove sapevamo di trovare anziani con difficoltà di deambulazione. Entro mezzogiorno abbiamo allertato il resto della popolazione delle due località a rischio. Dopo mezz’ora di pioggia ininterrotta si è capito che la situazione era destinata ad aggravarsi, allora abbiamo fatto evacuare altre 15 abitazioni e convinto le persone a trasferirsi  ai piani superiori».

Anche il sindaco di Mandas Umberto Oppus si è subito attivato facendo il giro del paese in macchina per constatare di persona la situazione e avvisare i suoi concittadini del pericolo imminente. Un vero e proprio piano di emergenza è, invece, scattato a Pirri dopo la terribile esperienza maturata con l’alluvione del 2008: l’allerta indicava una criticità moderata eppure i Vigili urbani e gli operai del Comune di Cagliari  hanno girato per ore nelle zone a rischio con tanto di lampeggiante blu. Il sindaco Massimo Zedda ha pure ordinato la chiusura di alcune strade costringendo anche i mezzi pubblici a deviare il percorso. E ancora non era caduta neanche una goccia.

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«Rischio segnalato due anni fa» dal Sindaco Giovannelli

Ogiovanneli_olbiaLBIA «Volentieri sopporto la croce ma venderò cara la pelle: il sindaco, tutti i sindaci, non possono essere il capro espiatorio di questa situazione»: Gianni Giovannelli, nel centro operativo allestito nella sala consiliare, sfoglia tutte le ordinanze firmate nella drammatica giornata di lunedì. Ma non solo quelli. Nella cartellina c’è anche una lettera che porta la data dell’otto novembre 2011, indirizzata al presidente del Consiglio dei ministri, al prefetto e al presidente della Giunta  regionale. Erano passati quattro giorni dalla tragica alluvione di Genova, Giovannelli segnalava l’elevato rischio idrogeologico del Comune di Olbia e chiedeva di poter derogare ai vincoli del patto di stabilità e di spendere i soldi per fronteggiare il dissesto idrogeologico. Il rischio, pochi mesi prima, era stato attestato da un sopralluogo al quale aveva partecipato anche la Protezione civile nazionale. “A seguito del sopralluogo – si legge nella lettera – l’amministrazione ha redatto un documento nel quale, oltre a descrivere i fatti avvenuti in occasione di eventi alluvionali particolarmente intensi viene definito il rischio residuo incombente nell’abitato di Olbia e stimato il fabbisogno economico necessario (stimato in 27 milioni) per mitigare il rischio”. Giovannelli nella lettera segnala che la Protezione civile, pur raccomandando l’attuazione del piano non ha assunto alcun impegno finanziario al riguardo. Così come la Regione. “Considerata la rilevanza della questione, anche al fine di evitare le perdite di vite umane si chiede l’intervento della Presidenza del Consiglio”. Il sindaco chiede che, in assenza di un finanziamento statale, possano essere utilizzati in deroga i fondi vincolati dal patto di stabilità. Risposta? «Nessuna. Mi sono rivolto sia a Berlusconi che a Monti. Mi è stato detto che poi sarebbe stato un precedente. Io ora ho in cassa 50 milioni che non posso spendere. Neppure per mettere a norma le scuole».

Ma cosa è successo tra domenica e lunedì, tra l’arrivo della comunicazione della Protezione civile e la tragedia che si è consumata nei quartieri della città? «L’allerta della protezione civile è arrivato con una comunicazione via fax alle 16 di domenica. E fortunatamente noi abbiamo gli uffici della Polizia locale aperti anche la domenica perché non è scontato. Nel messaggio, uguale a decine di altri, parla genericamente di criticità elevata, praticamente per mezza Sardegna. Nel nostro caso si parla genericamente di Gallura e non di Olbia in particolare». Nell’avviso però si prevede che la popolazione venga informata. «La comunicazione è stata pubblicata sul sito del Comune e inviata, e regolarmente pubblicata, dai quotidiani e dai giornali on line». La mattina dopo, alle nove, si riunisce la giunta. «Ho firmato già da lunedì mattina la dichiarazione dello stato di calamità naturale. Un atto indispensabile anche per poter spendere solo i soldi per una pala meccanica per sgomberare le strade». Perchè non sono state chiuse le scuole? «Non è automatico che si chiudano le scuole, quell’allerta meteo era uguale a tanti altri. In base a quello si sarebbero dovute chiudere le scuole di mezza Sardegna». L’ordinanza di chiusura di tutti i plessi è arrivata alle 18 di lunedì.

«Noi – spiega ancora Giovannelli – abbiamo messo in campo tutte le risorse. Siamo tra i pochi comuni a disporre di squadre organizzate di Protezione civile ed eravamo in campo già da due giorni perchè anche sabato c’erano stati problemi. Nel primo pomeriggio avevamo già aperto l’unità di crisi. Purtroppo si è trattato di un evento eccezionale e i nostri mezzi non potevano essere sufficienti a fronteggiare quella situazione. Abbiamo uomini e macchine ma non mezzi anfibi. Era un evento al di là delle nostre forze».

L’Unione Sarda