Il progetto fantasma su Razzoli. Affari e Segreti a La Maddalena

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L’Inchiesta de L’Unione Sarda

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LA MADDALENA – Sfidare l’eremo segreto di Razzoli, isola estrema nell’arcipelago di La Maddalena, significa toccare con mano l’ignoto. Agguantare con viso aperto i venti funesti che da sempre scolpiscono le guglie affioranti della roccia viva di questo rifugio esclusivo in mezzo al mare. L’unica possibilità di accedervi con un minimo di sicurezza è il fiordo di Cala Lunga, sul fronte quasi opposto alla cattedrale del mare, quella eretta per illuminare la notte tormentata delle Bocche di Bonifacio.

Un chilometro di sentieri tracciato da asini e rotaie per trasportare fuoco e alimenti, per approvvigionare uomini e luce. Quando sbarchi a due passi da quel viottolo, tra elicriso e salsedine, si scorge subito una tomba mal ridotta, senza tracce anagrafiche. Come si addice a luoghi inesplorati e deserti, la storia è affidata alle leggende. In questo enclave di Dio, se ne narrano due, entrambe supportate da fatti avvenuti e documentati. Due tragedie, una che riconduce alla drammatica attualità dell’isola di La Maddalena, e l’altra a una nefasta sciagura di guerra.

Storie e leggende

Le narrazioni parlano del corpo sepolto della giovane figlia di un fanalista che morì drammaticamente di parto sulla banchina, ieri come oggi. La leggenda racconta di notti tormentate dalla frusta del maestrale in cui si odono le grida strazianti del suo fantasma in cerca di pace. Altri attribuiscono i resti a due poveri marinai della Semillante, una fregata di prim’ordine della Marina imperiale francese, colata a picco nelle violente notti delle Bocche di Bonifacio il 15 febbraio 1855, nel pieno di una inaudita tempesta. Centinaia di morti, raccontano le cronache dell’epoca. Nessuno si salvò. I testimoni rievocavano immagini di corpi trovati dopo diversi giorni sia sulla costa sarda, sia a Razzoli, dove qualcuno fu sepolto. I fantasmi dell’isola, però, non sono facili da documentare e la leggenda resterà tale, senza smentite e conferme.

Di certo non poteva sparire nell’armadio dei segreti il fantasma del progetto per la rinascita del faro di Razzoli. Le manovre sotterranee e silenziose per mettere le mani sul quel monumento partono da lontano, con molti interessi e molti protagonisti. Con progetti pagati a peso d’oro con pesanti soldi pubblici e di colpo trasformati in fantasmi, dimenticati dall’incedere dei privati sul governo del Parco dell’arcipelago di La Maddalena.

Eppure in un remoto angolo di un icloud, nascosto ai più, riaffiora il progetto della Regione Autonoma della Sardegna per trasformare quell’immenso faro di Razzoli in un’oasi di servizi pubblici, aperta a tutti, nella punta vedetta dell’isola più avanzata sul versante a ponente dell’arcipelago paradiso. Un progetto vero, firmato, pagato a suon di migliaia di euro con i soldi dei sardi. È capodanno del 2013 quando, nel bel mezzo dei preparativi per i petardi di mezzanotte, l’Agenzia Conservatoria delle Coste della Sardegna decide di dar fuoco alle polveri per la progettazione della nuova vita del faro di Razzoli. Il titolo dell’appalto di progettazione è altisonante e racchiude il progetto di rinascita pubblica di quel monumento. Recita il burocratese del palazzo: «Appalto del servizio di progettazione preliminare relativo all’intervento di messa in sicurezza, restauro conservativo e rifunzionalizzazione del faro di Razzoli».

Il vortice dell’appalto

La ressa degli studi di progettazione di tutta Italia è furibonda, con tanto di ricorsi al Tar e impugnative di ogni genere. Si scannano a suon di avvocati, protesi a difendere ingegneri e architetti. L’appalto di progettazione è ricco: 93 mila euro per un progetto appena preliminare. Talmente ricco che chi vince si permette il lusso di un ribasso d’asta del 44%. Vincono due studi associati, uno di Milano e uno di Caserta, nel napoletano. Aires Ingegneria – studio tecnico associato ha la sede in Campania e fa da capofila, seguito a ruota da Alessandro Timpano, architetto lombardo. Il progetto non è a tema libero. La Regione ha dettato la linea in trentasei pagine fitte fitte di ordini e indirizzi. Nemmeno il piano di sviluppo dell’intera Sardegna aveva avuto tanta attenzione. La strategia emerge chiara al capitolo delle “funzioni, esigenze e bisogni da soddisfare”.

Non siamo in periodo di distanziamento sociale, ma la puntualità del piano è da lockdown. Scrivono gli strateghi regionali del faro di Razzoli: «Considerata la peculiarità dell’isola e la sua ridotta capacità di accoglienza, nonché gli spazi del faro, il numero di visitatori sarà contingentato fino ad un massimo di venti persone».

Il piano delle esigenze si divide in due capitoli: spazi funzionali alle attività culturali e di informazione/formazione scientifica e spazi funzionali a garantire la residenzialità e agli altri servizi integrati connessi alle funzioni previste. Scendono nei dettagli quando si deve parlare di attività ricettiva. Il primo e il secondo piano – scrivono nel preambolo dell’incarico di progettazione – erano storicamente riservati agli alloggi dei faristi. E così dovrà restare.

Il cuore del progetto è la gestione pubblica e non esclusiva. Funzioni scientifiche e culturali, fruibili senza l’obolo a caro prezzo al soggetto gestore. Una sorta di monumento da rendere funzionale alla promozione e allo sviluppo dell’intero arcipelago. I due progettisti campano-milanesi mettono nero su bianco il rendering tridimensionale del futuro. Le pietre incise dallo scalpello del vento, gli intonaci caduti con i tarli del tempo e del sale, si trasformano virtualmente in facciate luminose e prospetti incantevoli. Gli interni riprendono gli antichi pavimenti e li esaltano, in un tripudio di luci e cristalli separatori sino alle volte dei soffitti.

Progetti e fantasia

Niente stravolgimenti interni, ma non bisogna ricorrere alla fantasia per capire che il tutto volge al lusso. Progetti marchiati Regione Sardegna, nascosti chissà dove, spariti come fantasmi, pagati con soldi veri, pubblici e sonanti. Carte pagate a caro prezzo che per la prima volta riproduciamo tra i documenti di questa inchiesta.

I progetti fantasma sull’isola di Razzoli, però, si dileguano nei meandri della burocrazia, archiviati negli scaffali delle incompiute e delle capriole della politica. Il passo dalla gestione pubblica del futuro del faro di Razzoli a quella privatissima si compie nell’arco di pochi anni. Cancellando progetti e soldi spesi qualche anno prima, la Giunta regionale marchiata Pigliaru, a due passi dalla fine della legislatura, stravolge tutto e decide di cedere ai privati il bene. Il risultato è di questi giorni: concessione di 35 anni all’accoppiata tra Alessio Raggio e Francesco Del Giudice, che si dividono in parti quasi uguali la società Finns Srl. Un appalto all’ultimo secondo della legislatura, in piena campagna elettorale, che agita l’interrogativo sul perché quel progetto pagato dalla Regione sarda sia stato accantonato senza un motivo, affidandosi, con un colpo di coda silenzioso e nascosto ai più, totalmente ai privati.

L’iter del progetto preliminare, finanziato e pagato con i soldi dei sardi, era segnato dalle procedure del codice degli appalti. Uno stadio progettuale, quello a disposizione degli uffici regionali, fondamentale per un appalto concorso con gara internazionale, dove la sfida delle idee migliori avrebbe certamente reso più trasparente la rinascita del faro.

La concessione

E, invece, niente. Concessione per 35 anni, con la palese smania di rendere esclusiva la fruizione del bene, sottraendolo di fatto a una gestione utile all’intero arcipelago. Un’oasi pubblica di servizi diventata in poco tempo esclusiva pertinenza di affari privati. Il piano, però, non sarà facile da attuare. Sull’affidamento pesa come un macigno il cambio delle quote societarie durante lo svolgimento della gara di concessione e soprattutto le clausole imposte dal Segretariato regionale del ministero dei Beni e delle Attività culturali per la concessione in uso di un bene sottoposto alla massima tutela. Una sorta di Colosseo in mezzo al mare.

Il decreto della vigilia di Natale del 2014 è senza appello: l’immobile Vecchio Faro di Razzoli è dichiarato di interesse culturale, storico artistico ed è sottoposto a tutti i vincoli di legge. Nei meandri delle vecchie soprintendenze conoscono l’andazzo del dimenticatoio e il 19 febbraio del 2018 gli rinfrescano la memoria. Sono perentori: il necessario progetto di restauro da presentare alla Soprintendenza dovrà essere accompagnato anche da un progetto di valorizzazione e fruizione pubblica dell’immobile tutelato. Il messaggio è chiaro: niente affari privati a scapito dell’interesse collettivo. Dietro l’angolo, però, riaffiorano le grandi manovre sull’arcipelago. Nelle scorse settimane gli organismi parastatali del Parco di La Maddalena hanno ripreso a soffiare venti di modifiche sul piano vincolistico dell’arcipelago. Lo studio Silva è stato incaricato di rielaborare la pianificazione dell’oasi naturale. I vincoli integrali ancora una volta rischiano di scontrarsi con i conflitti d’interesse e gli affari privati. Il faro e i fantasmi di Razzoli vegliano sull’isola.

Mauro Pili

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