La Società FINNS srl, aggiudicataria del Faro di Razzoli, risponde all’inchiesta de L’Unione Sarda

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lì,16 Giugno 2020

Spett.le Guardiavecchia.net.

Gli articoli dell’Unione Sarda in data 3, 4 e 5 giugno  rispettivamente intitolati “La Maddalena, le mani dei privati sui fari storici e sull’arcipelago”, “Cento euro per il Faro di Razzoli” e “Il progetto fantasma su Razzoli. Affari e segreti a La Maddalena”, tutti a firma di Mauro Pili, sono la rappresentazione plastica di una cultura del sospetto ad ogni costo e del vero e proprio pettegolezzo mascherato da inchiesta giornalistica.

La realtà è ben diversa ed è altrettanto plasticamente rappresentata dalla fotografia del Faro di Razzoli a corredo degli articoli del 3 e del 5 giugno, che fornisce un primo indizio su come stiano le cose e sulle conseguenze della  gestione pubblica di beni che anche in paesi del terzo mondo sono tenuti in maggiore considerazione.

Valga come esempio il Faro di Razzoli, che oltre ad essere pericolante di suo, sulla facciata presenta le prove del fallimentare tentativo di ristrutturazione intrapreso una quindicina di anni fa, cioè un’altrettanto pericolante impalcatura che rende le visite dei turisti che si avventurano a visitarlo una vera e propria roulette russa.

Questa premessa è il necessario punto di partenza per un serio, sereno e trasparente dibattito sulla questione, sgomberando subito il campo dall’equivoco per il quale si vorrebbe fare apparire il privato come naturale portatore d’interessi antitetici alla tutela dei beni ambientali ed il pubblico al contrario come il soggetto votato a tale tutela per una investitura divina o per diritto naturale.

Sicuramente, in molte circostanze lo Stato o gli enti pubblici hanno svolto il compito al quale sono tenuti per legge, ma non nel caso del Faro di Razzoli e di tutto il complesso dei beni demaniali che giacciono letteralmente abbandonati nel nostro arcipelago anziché essere recuperati e valorizzati per usi pubblici, civici o economici.

Il Forte di Arbutricci rappresenta l’esempio di un recupero virtuoso di uno di questi preziosi beni, mentre il Forte di San Giorgio a Santo Stefano l’esempio di un bellissimo e dispendioso recupero al quale però non ha seguito alcun utilizzo.

Il recupero e la valorizzazione di questo patrimonio, ereditato dallo Stato in base all’art. 14 dello Statuto, è stato pertanto l’obbiettivo perseguito dalla RAS quando nel 2011 ha avviato il processo che dopo la cessione alla Conservatoria delle Coste delle aree costiere in cui sono presenti i fari ed attraverso il lavoro di due amministrazioni di colore contrapposto, è approdato al bando di concessione degli stessi ai privati, pubblicato con gli strumenti previsti dalla legge e discusso preliminarmente dai consigli comunali nei cui territori sono ubicati i fari, che hanno approvato linee guida che prevedono una mitigazione delle esigenze commerciali dei concessionari, che oltre a doversi accollare onerosissime ristrutturazioni rispettose di precise linee guida ambientali e sociali e pagare un a dir poco importante canone di concessione, devono anche garantirne la fruibilità pubblica secondo quanto stabilito dal bando.

Il programma di recupero e di valorizzazione dei siti costieri per contribuire ad uno sviluppo sostenibile delle località in cui sono ubicati tali beni è stato anche oggetto di un progetto di cooperazione transfrontaliera (Francia, Italia, Libano e Tunisia), guidato dalla R.A.S. e finanziato dall’Unione Europea, le cui linee d’indirizzo, coerentemente adottate nei bandi, possono essere apprezzate nella relazione finale della conferenza del 10.11.2016.

Certo, i toni ed i termini utilizzati dal giornalista (le mani dei privati sui fari e sull’arcipelago, cento euro per il faro, affari segreti, scatole cinesi, dinasty locale….), sarebbero appropriati per ben altre vicende e fanno trasparire un astio ingiustificato ed ingiustificabile che , da sardi e per storie imprenditoriali personali, non ci appartiene e non dovrebbe appartenere a un Giornalista.

Ed allora, posto che il progetto di valorizzazione dei fari è il frutto di un progetto europeo sposato dalla Sardegna, che la procedura di gara è stata trasparente (pubblicazioni su siti telematici e su diversi quotidiani nazionali e locali) è stata tutt’altro che segreta visto che erano presenti più concorrenti qualificati e patrimonialmente solidi (fideiussione per tutti i lavori da eseguire – 3,5 milioni per Razzoli), che il know how interno  alla nostra società aggiudicataria del Faro di Razzoli ha già portato a termine con successo la  importante riqualificazione del Faro di Capo Spartivento nel sud Sardegna (riconosciuto dalla stampa internazionale come eccellenza di recupero architettonico e insignito di vari premi internazionali tra cui il prestigioso Green Travel Award nel 2019), che le scatole cinesi sono solo il frutto della fantasia del “giornalista”, dato che le società che hanno partecipato alle gare hanno tutte sede in Italia ed il giornalista ha potuto individuare nomi e quote dei soci con una semplice visura camerale, non ci si può esimere dal ritenere credere che il giornalista abbia preso un abbaglio (…) oppure si sia inconsapevolmente prestato ad un uso strumentale della notizia, magari per l’ennesima diatriba politica di cui,soprattutto durante la drammatica situazione della pandemia, avremo fatto volentieri a meno.

La rettifica del giornalista dell’Unione Sarda dopo l’intervento della Regione in merito alla pubblicità dei bandi su vari quotidiani, tra i quali anche la stessa Unione Sarda (…), rende il senso della vicenda.

Dottor Alessio Raggio
Amministratore FINNS srl

(Società aggiudicataria Faro di Razzoli)

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