L’inchiesta di “Avvenire”. Immigrazione. L’Italia e l’Europa, si affidano a un vero e proprio criminale

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(10 ottobre 2019)

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Premessa

La Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo (nota anche semplicemente SAR, acronimo di search and rescue) – vedi – siglata ad Amburgo il 27 aprile 1979 ed entrata in vigore il 22 giugno 1985, è un accordo internazionale elaborato dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), volto a tutelare la sicurezza della navigazione mercantile, con esplicito riferimento al soccorso marittimo.

Questa Convenzione è stata modificata due volte: nel 1998 con la risoluzione MSC.70 (69) e la seconda volta nel 2004 con la risoluzione MSC.155 (78); successivamente l’IMO, in collaborazione con l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO), ha predisposto il Manuale internazionale di ricerca e soccorso aero-marittimo, noto come Manuale IAMSAR (International Aeronautical and Maritime Search and Rescue Manual).

L’obbligo per gli Stati di garantire la sicurezza della vita umana in mare, quindi, discende da tre convenzioni internazionali:

  • Convenzione internazionale per la sicurezza della vita in mare SOLAS (acronimo di Safety of Life at Sea) del 1974;
  • Convenzione internazionale di Amburgo sulla ricerca e il salvataggio marittimo, disciplinante le cd. “zone SAR” adottata nel 1979;
  • Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (UNCLOS).

In base alle sopra citate Convenzioni, ogni Nazione stabilisce la propria “Zona SAR” (“Search and Rescue”), nella cui area di competenza è tenuto a prestare soccorso.

In Italia, ad essere investito per legge delle funzioni SAR in mare è il Corpo delle Capitanerie di porto Guardia Costiera, il quale, pur essendo uno dei corpi specialistici della Marina Militare italiana, svolge compiti relativi agli usi civili del mare con funzioni amministrativo-burocratiche, di polizia giudiziaria e di guardia costiera alle dirette dipendenze del Ministero dei Trasporti.

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Il Guardacoste e trafficante Libico pagato da Italia ed Europa

Secondo la recente inchiesta pubblicata dal quotidiano cattolico Avvenire, l’Italia e l’Europa per “contenere” il noto flusso migratorio dalla Libia verso l’Italia, (…come sostenuto anche dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte), si affidano ad un vero e proprio criminale.

Abd al-Rahman al-Milad, il famigerato Bija, questo è il nome di uno dei più spietati signori dell’immigrazione libica, che dispone di una nave fornita da Roma e che la usa per le sue attività ai danni di chi cerca di arrivare nel nostro continente.

L’Onu lo accusa… altri continuano a proteggerlo.

Complici dei trafficanti, complici degli scafisti, complici di chi vende esseri umani, li fa schiavi, violenta le donne, tortura, sevizia, uccide. Queste le accuse che in troppi, grazie a una propaganda martellante che da almeno tre anni ha invaso la rete e persino i media di false notizie, rivolgono alle navi della società civile (ONG) che nel Mediterraneo centrale operano salvataggi.

E invece oggi si conferma – (e qualcuno lo sapeva già e lo denunciava da tempo) – che a essere complici sono stati i Governi italiani, attraverso un uso spregiudicato dei servizi segreti.

Nella città di Zawyah (Libia), Abd al-Rahman al-Milad ha la sua “Guardia Costiera” ed è operativa grazie a mezzi e fondi elargiti via Tripoli dai generosi donatori di Roma e Bruxelles. Ma Bija, secondo l’Onu, dovrebbe stare in galera per i crimini commessi contro i migranti. Invece è libero di proseguire nel suo poliedrico business: trafficante di uomini, contrabbandiere, sorvegliante di centri petroliferi. Sempre travestito da rispettabile guardacoste.

Abd al-Rahman al-Milad, (meglio conosciuto come Bija), addirittura, l’11 maggio 2017 era nella delegazione libica nei Cara di Mineo e Pozzallo e poi nella sede della guardia costiera a Roma. (Troppi i silenzi di chi governava allora, troppe le domande senza risposta dell’attuale esecutivo.)

Bija, il signore del traffico di esseri umani nel quadrante della città di Zawyah, è a capo di milizie fedeli al premier Serraj nel conflitto con il generale Haftar ed è un alto ufficiale della Guardia Costiera Libica e continua indisturbato a gestire i propri traffici di migranti.

Le autorità del governo riconosciuto dalla comunità internazionale, assicuravano che Bija era stato reso “inoffensivo”. In realtà sarebbe più in sella che mai, soprattutto per avere messo a disposizione del premier Sarraj la sua milizia che starebbe combattendo contro i clan alleati del generale Haftar. Diverse foto circolate in Libia ritraggono Bija mentre festeggia le vittorie sul campo insieme ad altri miliziani.

Difficile che, con i servigi resi in favore del governo voluto dall’Onu, qualcuno lo consegni mai a un tribunale sempre dell’Onu.

Riconoscibile per la mano destra menomata dall’esplosione di una granata, Bija ha imparato presto a cavarsela in ogni situazione. Che le partenze siano frequenti o che debba periodicamente rallentare i flussi per compiacere le suppliche dei governi europei, Bija vince sempre: lo pagano per attrezzare la cosiddetta Guardia costiera, e se anche deve bloccare i barconi, incassa comunque dalle estorsioni a danno dei migranti.

Le malelingue della vicina Zuara, dove le alleanze e le inimicizie si alternano al ritmo delle fasi lunari, dicono che Bija quando cattura migranti in mare, di solito, recupera disgraziati messi in acqua dai clan nemici.

Dal luglio 2018 è sottoposto a sanzioni stabilite dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare: divieto di viaggio e blocco delle attività proprio per i crimini su cui indaga la Corte penale internazionale dell’Aja. Le accuse contro di lui dovrebbero imbarazzare i suoi finanziatori.

«Le sue forzesi legge in uno dei documenti a disposizione dalla Procura presso la corte penale in Olandaerano state destinatarie di una delle navi che l’Italia ha fornito alla Lybian Coast Guard». Alcuni uomini della sua milizia «avrebbero beneficiato del Programma Ue di addestramento» nell’ambito delle operazioni navali Eunavfor Med e Operazione Sophia.

Inoltre proprio Bija è sospettato di aver dato l’ordine ai suoi marinai di sparare contro navi umanitarie e motopescherecci.

Intervistato da Amedeo Ricucci (TG Rai1) nell’autunno del 2017, Abd al-Rahman al-Milad, fece chiaramente intendere che in cambio di un ricco appalto per gestire la sicurezza dei siti petroliferi concessi ad aziende italiane, avrebbe smesso di doversi arrangiare con certi affari. Traffici che secondo gli esperti Onu si possono riassumere «nell’affondamento delle imbarcazioni dei migranti utilizzando armi da fuoco», la cooperazione «con altri trafficanti di migranti come Mohammed Kachlaf che, secondo fonti, gli fornisce protezione per svolgere operazioni illecite».

Diversi testimoni, (in indagini penali), «hanno dichiaratosi legge nei report dell’Onu e dell’Ajadi essere stati prelevati in mare da uomini armati su una nave della Guardia Costiera chiamata Tallil (usata da Bija) e portata al centro di detenzione di al-Nasr, dove secondo quanto riferito sarebbero stati detenuti in condizioni brutali e sottoposti a torture».

Nonostante un curriculum che non lo fa certo somigliare a uno statista, Bija e i suoi uomini guadagnano spazio e potere. A quanto pare, senza imbarazzo per i suoi finanziatori.

Tutto questo mentre le Nazioni Unite sono tornate a denunciare le «spaventose» e «disumane» condizioni dei campi di detenzione per migranti e profughi. «Siamo molto colpiti dalle spaventose condizioni di detenzione», ha detto a Ginevra il portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani, Rupert Colville che parla di stragi nel silenzio, «con decine di morti per tubercolosi» nelle prigioni a causa della loro sistematica denutrizione. Strutture per le quali la Libia riceve centinaia di milioni di euro dall’Europa e specialmente dall’Italia.

Stando alle cifre delle Nazioni Unite, sono circa 3.400 i migranti e profughi bloccati in vari campi di Tripoli. E la situazione è peggiorata dall’inizio dell’offensiva sulla capitale lanciata dal maresciallo Khalifa Haftar.

Rupert Colville ne parla apertamente come di un «luogo d’inferno».

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L’ammiraglio De Giorgi: «Ai trafficanti è stata lasciata mano libera»

Anche l’ex capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ammiraglio De Giorgi, (intervistato da Avvenire) – ha fornito una sua lettura sul “caso Bija”: «La mia percezione era che i nostri Servizi fossero in possesso di un ottimo livello di conoscenza sul terreno…così che i trafficanti «hanno avuto mano libera» grazie anche a scelte che hanno «contribuito ad ampliare lo spazio di impunità» del business illegale.

Perchè Bija ha ottenuto il visto per partecipare a una missione ufficiale in Italia?

«Da fonti aperte emerge che il visto è stato ottenuto tramite generalità false e che Bija era inserito nella lista ufficiale della delegazione Libica. Chi ha ricevuto la delegazione libica poteva quindi non avere elementi per annullare la visita della delegazione al Cara di Mineo».

All’epoca lei si batté per difendere l’operazione ‘Mare Nostrum’.

«L’operazione Mare Nostrum nasceva come missione umanitaria, ma sin dall’inizio perseguiva anche importanti aspetti di sicurezza. La presenza delle nostre navi aveva ristabilito il controllo marittimo nel Mediterraneo centrale, consentendo di arrestare centinaia di trafficanti di esseri umani, di impedire l’arrivo diretto senza controlli di clandestini sulle nostre coste, di esercitare un filtro sanitario molto efficace. L’allontanamento delle navi della Marina ha contribuito ad ampliare lo spazio di impunità e di iniziativa delle organizzazioni criminali dedite allo sfruttamento illegittimo del mare e delle sue linee di comunicazione.

Sino a che non verrà ristabilita la sicurezza e la stabilità interna della Libia, le organizzazioni criminali, non solo quelle dedite al traffico di essere umani,troveranno sempre terreno fertile. Nel frattempo dobbiamo ristabilire il controllo del mare».

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