Cure negate. “6 milioni di italiani rinunciano alla sanità pubblica. Record in Sardegna”
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REDAZIONE – Nel 2024 quasi un italiano su dieci ha rinunciato a visite mediche, esami o trattamenti sanitari. È il dato più alto degli ultimi anni e arriva direttamente dal presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, durante l’audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sulla Legge di Bilancio.
Secondo l’istituto di statistica, circa 5,8 milioni di persone hanno dichiarato di aver dovuto sospendere o evitare prestazioni sanitarie nel corso dell’anno. Le cause principali? Liste d’attesa troppo lunghe e costi eccessivi delle terapie. Due fattori che, combinandosi, stanno alimentando una crisi silenziosa del diritto alla salute.
Liste d’attesa e costi: la doppia trappola
Molti cittadini, di fronte a tempi di attesa di mesi per una visita specialistica, sono costretti a scegliere tra due opzioni: pagare di tasca propria o rinunciare.
Chi non può permetterselo — soprattutto pensionati, disoccupati e famiglie a basso reddito — spesso finisce per rimandare diagnosi e controlli anche importanti.
È così che il divario sanitario si allarga: il sistema pubblico fatica a garantire tempi adeguati, mentre il privato diventa l’unica via per chi ha disponibilità economiche.
Sardegna maglia nera: il 17,2% rinuncia alle cure
Il quadro più critico si registra in Sardegna, dove quasi un cittadino su cinque (17,2%) ha rinunciato a esami o accertamenti medici.
Un dato che segna un peggioramento netto rispetto al 13,7% del 2023 e che conferma l’isola come la regione con la situazione più allarmante d’Italia.
Le difficoltà logistiche, la carenza di personale sanitario e la scarsa presenza di strutture sul territorio aggravano ulteriormente un sistema già fragile.
Particolarmente colpite le donne, che risultano più esposte al rischio di rinuncia.
Una tendenza che preoccupa
A livello nazionale, l’aumento dal 7,6% del 2023 al 9,9% del 2024 rappresenta una crescita di quasi il 30% in un solo anno.
Gli esperti parlano di un segnale chiaro: il sistema sanitario pubblico sta perdendo terreno nella capacità di garantire l’accesso universale alle cure, principio fondante del Servizio Sanitario Nazionale.
E il problema rischia di autoalimentarsi: le rinunce di oggi diventano malattie croniche o acute domani, con costi sanitari e sociali molto più elevati.
Disuguaglianze e rischi futuri
La crisi delle liste d’attesa non colpisce tutti allo stesso modo. A pagare il prezzo più alto sono i cittadini delle regioni più deboli, le fasce di reddito medio-basse e le donne.
Si tratta di una disuguaglianza di salute che, se non invertita, potrebbe trasformarsi in una frattura sociale permanente.
La rinuncia alle cure non è solo una questione sanitaria, ma anche economica e politica: dietro quei numeri ci sono persone che rinunciano a prevenzione, diagnosi precoci e terapie salvavita.
Cosa serve per invertire la rotta
Gli esperti sollecitano interventi urgenti: potenziamento del personale sanitario, investimenti sulla medicina territoriale, riduzione delle liste d’attesa tramite turni straordinari e collaborazione con il privato accreditato.
Ma serve anche una visione strutturale, capace di riportare fiducia nel sistema pubblico.
Perché, come ricorda l’Istat, il rischio è chiaro: un Paese in cui milioni di persone rinunciano a curarsi è un Paese che si ammala due volte — nella salute e nella giustizia sociale.
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