Ragnedda fornisce i nomi di chi è andato a casa sua dopo l’omicidio
.
REDAZIONE – Sono passati due mesi da quel pomeriggio del 24 settembre, quando Emanuele Ragnedda, nella caserma dei Carabinieri di Palau, confessò di aver sparato a Cinzia Pinna. Oggi l’uomo è detenuto a Bancali, e proprio lì il pubblico ministero Noemi Mancini è tornato a interrogarlo, insieme al procuratore della Repubblica di Tempio Pausania, per fare luce su ciò che accadde davvero dentro quel casolare.
Nel corso del colloquio, si apprende dalla stampa, Ragnedda ha risposto a tutte le domande e avrebbe fornito i nomi di tutte le persone che avrebbero visitato nei due giorni successivi al delitto la sua tenuta a Conca Entosa, nel cui terreno è stato poi rinvenuto il corpo senza vita della 33enne di Castelsardo.
Ragnedda, assistito dai suoi avvocati Luca Montella e Grabriele Satta, non ha cambiato una virgola della sua versione: dice di aver premuto il grilletto per difendersi, tre colpi di pistola al volto della donna, perché – sostiene – lei lo avrebbe aggredito con un coltello. Racconti già ascoltati dagli inquirenti al momento dell’arresto e poi ribaditi davanti al giudice per le indagini preliminari. Anche i tagli che presentava ai lati della bocca, spiegò allora, sarebbero stati inferti da Cinzia.
Ma per gli investigatori il quadro non convince. Troppi punti non tornano, troppe incongruenze in una scena del crimine che appare ripulita, ricomposta, forse persino riscritta. Nel casolare, il divano su cui sarebbe avvenuto l’omicidio era stato spostato fuori, lavato e sostituito il giorno dopo con uno nuovo, acquistato ad Arzachena. Intanto, l’anatomopatologo continua il suo lavoro sia sul corpo della vittima che sui luoghi del delitto, alla ricerca di dettagli capaci di smentire o confermare il racconto di Ragnedda.
Ora, l’attenzione degli inquirenti si sposta sul computer dell’imprenditore, diventato il suo unico mezzo di comunicazione dopo la rottura del cellulare avvenuta un paio di mesi prima. Il 28 novembre verrà eseguita una copia forense del dispositivo, a cura del perito informatico Andrea Cappai. Dentro quelle cartelle digitali potrebbero nascondersi messaggi, contatti, tracce utili a ricostruire le ore immediatamente successive alla morte di Cinzia Pinna.
E forse, anche a chiarire il ruolo di due persone ancora iscritte nel registro degli indagati per favoreggiamento: Luca Franciosi e Rosa Maria Elvo. Gli investigatori vogliono capire se qualcuno abbia aiutato Ragnedda a ripulire la scena, a far sparire gli effetti personali di Cinzia – telefono cellulare compreso – che ancora oggi non sono stati ritrovati.
Un’indagine che avanza un pezzo alla volta, mentre la verità su ciò che è davvero accaduto in quel casolare resta ancora sospesa tra le parole dell’indagato e le evidenze che gli inquirenti stanno cercando di ricomporre.
.
.
.



Commento all'articolo