Proteste in 40 città contro carovita e riarmo: migliaia in piazza, ma le violenze continuano ad oscurare il dissenso
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REDAZIONE – Come evidenziato dalle cronache, le manifestazioni nazionali contro il carovita, il riarmo e le politiche del governo hanno coinvolto oltre 40 città italiane, portando in piazza centinaia di migliaia di lavoratori e studenti. Secondo le stime delle autorità di pubblica sicurezza, i partecipanti sarebbero stati oltre 255mila, mentre l’Usb parla di più di un milione. Una mobilitazione ampia, accompagnata però da episodi di violenza e tensione in diverse città , soprattutto a Roma e Torino.
A Roma e Torino si sono registrati i disordini più significativi, con tentativi di forzare i cordoni delle forze dell’ordine, lanci di bottiglie, petardi e altri oggetti, incendi di cassonetti e cariche di alleggerimento. A Milano, migliaia di manifestanti hanno occupato per circa tre ore la tangenziale Est, mentre a Napoli il corteo ha raggiunto pacificamente il varco Bausan del porto. Il bilancio delle tensioni parla di 13 appartenenti alle forze dell’ordine feriti, tra poliziotti e carabinieri, e otto persone fermate nella Capitale.
La risposta delle autorità prosegue anche sul fronte investigativo: sono 60 le perquisizioni effettuate dalla Digos e dalla Polizia postale in 23 città nei confronti di persone che, attraverso chat e piattaforme social, avrebbero incitato alla violenza durante le recenti manifestazioni. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha riconosciuto la professionalità delle forze dell’ordine, sottolineando l’equilibrio con cui sono stati gestiti i cortei e la necessità di tutelare il diritto a manifestare pacificamente.
Un commento critico…

La giornata di mobilitazione restituisce un quadro che merita una riflessione oltre la cronaca degli scontri. Le ragioni della protesta – carovita, perdita del potere d’acquisto, difficoltà del sistema sanitario, precarietà del lavoro e contestazione delle spese militari – riguardano problemi concreti che interessano una parte consistente della società e che non possono essere liquidati facendo coincidere l’intera manifestazione con le azioni di pochi gruppi violenti.
Allo stesso tempo, non esiste alcuna giustificazione politica o sociale per l’aggressione alle forze dell’ordine, il lancio di oggetti, gli incendi e i tentativi di assalto alle sedi istituzionali.
La violenza non rafforza una protesta: ne compromette la credibilità , danneggia solamente la partecipazione democratica e finisce per oscurarne le motivazioni.
C’è però un altro aspetto da non sottovalutare: la legittimità di una manifestazione non si misura dal numero degli scontri, ma dalla capacità di portare all’attenzione pubblica le ragioni di chi protesta. Sarebbe un errore, tanto per chi manifesta quanto per chi governa, lasciare che la contrapposizione tra violenti e forze dell’ordine diventi l’unica chiave di lettura della giornata.
La democrazia deve garantire due diritti che non sono in contraddizione: quello di manifestare il proprio dissenso e quello di poterlo fare senza violenze, intimidazioni e sopraffazioni.
Le responsabilità individuali vanno accertate e perseguite, senza generalizzazioni.
Ma altrettanto necessario è che le istituzioni rispondano alle questioni sociali sollevate nelle piazze. Perché reprimere la violenza è un dovere dello Stato; ascoltare le ragioni del dissenso è un dovere altrettanto importante della politica.
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