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Crotone. Le lacrime di coccodrillo, raccontate da un Ammiraglio

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REDAZIONE – Riproponiamo, nella sua cruda realtà, una autorevole considerazione fatta dall’Ammiraglio Francesco Palopoli, già Capo di Stato Maggiore di Marisardegna negli anni 2000, pubblicata sua pagina facebook, degna di una riflessione, sia pur amara, ma purtroppo reale:

Riguardo alla tragedia di Crotone, si stanno dicendo assurdità tali da lasciare allibiti. Da chi propone un pattugliamento continuo, giorno e notte in tutti i 365 giorni dell’anno, con qualsiasi condizione meteorologica e con l’uso di mezzi di soccorso, di tutta la costa italiana (7.900 chilometri), per prevenire ogni possibile disastro, al solito trito e ritrito, aiutiamoli a casa loro, senza rendersi conto che, sommando tutti i soldi stanziati e spesi per farlo, a quest’ora le nazioni indigenti dovrebbero essere le nostre.

Piangiamo questi morti e sentiamo un forte senso di cordoglio nel vederli avvolti nei loro pietosi sacchi bianchi lungo i margini della spiaggia, senza pensare ai molti piu’ scomparsi in mare che non sappiamo. Ci disperiamo e chiediamo azioni che possano evitare queste sciagure, accusando a casaccio questo e quello per non aver saputo prevenirle.

Ma cosa realmente potremmo fare?

Vediamo un pò insieme se riusciamo a trovare una soluzione affinche’ gli “asini”, che rappresentano nel modo di dire i problemi, superino incolumi il ponte.

Il fenomeno dell’esodo di disperati dai paesi poveri del mondo verso l’Europa e’ ben noto e coinvolge da decenni, chi piu’ e chi meno, un po’ tutti, dai confini orientali fino a quelli meridionali. E’ giusto e corretto chiedere che sia la Comunità Europea a gestirlo, anche se bisognerebbe che tutti gli stati membri cedessero parte della loro sovranita’ per farglielo fare in modo concreto ed efficace, cosa che nessuno vuole accettare.

E qui casca il primo asino!

Nessuno mette in dubbio che le persone che scappano dal loro paese abbiano tutte le necessità di farlo, per sfuggire alla guerra, alle persecuzioni, alla fame e miseria. Questo però non significa che ne abbiano il diritto, perchè il fatto di essere nati sfortunati, non obbliga chi invece è stato fortunato, come lo siamo noi europei o i nord americani, a risolvere i loro problemi. E non mi si venga a dire che le loro disgrazie sono colpa di noi paesi ricchi che abbiamo sfruttato le loro risorse, perchè il colonialismo è cessato da più di mezzo secolo e direi ormai prescritto.

Certo, il senso di umanita’ dovrebbe spingere chi ha possibilita’ ad aiutare chi ha necessità, ma, anche se lo facessimo (e lo facciamo) le risorse non sono infinite e con quale criterio possiamo scegliere chi salvare e chi condannare?

E gli asini caduti sono adesso due.

La soluzione ideale sarebbe risolvere i loro problemi all’origine, eliminando le guerre, le discriminazioni e fame e miseria nel loro paese, ma abbiamo visto che è qualcosa di facile a dirsi. Non si contano gli aiuti in denaro negli ultimi decenni e, comunque, volendo agire concretamente sul posto, sarebbe impossibile a farsi, anche perche’ dovremmo azzerare la sovranità di questi territori, praticamente invadendoli, imponendo la nostra civiltà ed economia.

E siamo arrivati a tre asini…

Allora cosa possiamo fare? Mi dispiace dirlo, perchè anch’io sento un forte senso di dolore nel sapere che decine di vite sono affogate cercando di raggiungere il miraggio del benessere, ma niente di più di quello che stiamo già facendo.

L’unica possibilità di contenere queste terribili morti è cercare di limitare per quanto possibile questi flussi migratori illegali (quelli legali sono da sempre ben accetti ovunque) e sopportando le tragedie che ne conseguono, tra una lacrima e un senso di impotente cristiana rassegnazione tra una tragedia e l’altra.

Dopotutto, in natura vige la sacrosanta legge di “mors tua, vita mea…” e nessuno si crea il problema della sopravvivenza di chi nasce sfortunato oppure malato. In natura, purtroppo, sopravvive il più forte ed il piu’ fortunato, lasciando in eredita’ alle nuove generazioni queste qualità; perchè anche la fortuna di essere nato in un’area favorevole è qualcosa di trasmissibile ed anche gli animali difendono il loro ricco territorio da chi vuole entrarci, per salvaguardare la propria “fortuna” e poterla tramandare alle proprie future generazioni.

Piangiamo anche oggi su questa tragedia ed aspettiamocene molte altre, che avvengano nel silenzio totale del mare aperto, nella nostra completa inconsapevolezza, oppure in prossimità delle nostre coste, con le telecamere che ci proiettano in casa le lunghe fila di cadaveri…” –

(Ammiraglio (r) Francesco Palopoli)

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