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Il Risorgimento

(a cura del Generale Antonio Vargiu)

verdi e piu

Le Tappe di Avvicinamento, all’Unità d’Italia

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Per la preparazione spirituale del nostro Risorgimento, come di quello tedesco, parallelo, furono di grandissima importanza anche gli interscambi diretti Italo-Tedeschi,  che si possono facilmente ricordare con una serie di influssi evidenti. Ecco in un senso l’azione vico_gbgiiordano_brunodi Bruno   e Vico  su  Herder ed Hegel, della tradizione classica su Goete e Nietzche, dei nostri musicisti su Bach. Ecco dall’altro l’influsso di Herder su Mazzini, di Schiller su Verdi, di Kant su Rosmini e Gioberti, di Hegel su Spaventa e De Sanctis.

Quando l’impero di Napoleone cadde sfasciato, e facendo ancora affidamento su concezioni  ormai sfaldate, Gioacchino Murat, tentò di riconquistare l’Italia per farsene un regno unitario, valendosi di veterani napoleonici: vinto dagli Austriaci a Tolentino, scontò con la fucilazione il suo sogno (ottobre 1815).

L’Italia, seguendo le volontà del congresso di Vienna , e della Santa Alleanza, specie    utopistica di “Società delle Nazioni” concepita dalla mente di Alessandro di Russia, e realizzata con l’opera dell’Austria e della Turchia,  anch’esse potenze antinazionali, o plurinazionali, ritornò,  ad essere divisa in tante parti ( undici), più quelle dominate direttamente dall’Austria, la cui strapotenza, ricostituita tra di noi, era ben vista dall’Inghilterra, per odio verso la Francia

Ritornano le barriere, i diritti feudali, i regionalismi, i rancori; si annulla tutto quanto sa di Napoleone; diventa persino di moda dir male dell’Impero romano che il grande caduto aveva preso a modello,  e tale posizione viene assunta non solo da storici stranieri, ma anche da italiani, come il Micali, ricalcato da altri.

ale_di_russiaLa reazione dei vecchi governi “legittimisti” restaurati contro “l’usurpazione” imperiale infierisce dalle Alpi alla Sicilia; appoggiandosi alle classi più alte – della nobiltà e del clero- e sulle più basse:del popolo e del contado. La famosa frase di Francesco I d’Austria: Bisogna che i Lombardi dimentichino di essere Italiani, è come il motto di questa età dolorosa per tutta quanta la penisola.

Il Risorgimento, così in Italia come  in Germania, appare dunque, nel 1815, allontanato enormemente nel futuro, tanto più che reazionarie si dimostrano adesso anche quelle due case regnanti, la Sabauda e la Prussiana, in cui più hanno fin qui sperato i patrioti dei due grandi paesi ancora frantumati.

La rivoluzione si imperniò contro la reazione, soprattutto nelle classi medie, nella borghesia colta, e fu preparata, per  necessità di cose, da principio da piccole minoranze, e nel segreto. Ma già nell’avvicendarsi delle società segrete si denota un continuo affinamento dei sistemi, per l’eliminazione di quanto l’esperienza ha dimostrato inadatto o dannoso. E così alla massoneria, infeudata agli interessi napoleonici, o a quelli austriaci, – e comunque azione bandiera_carboneriadi carattere internazionale, contro l’internazionale dei dinasti della Santa Alleanza, (*) – si affiancarono prima la “Carboneria”(**) di tendenze nazionali e cattoliche; e la “Federazione italiana” che aveva per programma la monarchia, l’unione e l’indipendenza; e quando parve che tutte quelle società avessero errato, confidando sull’aiuto dei principi e non stabilendo una cooperazione reale, attiva fra i gruppi delle  varie regioni; ed agendo in senso contrastante per inesperienza politica, e per seguire miraggi esterni diversi ( la costituzione spagnola, la francese, l’inglese, l’americana, o anche modelli classici), si diffuse la repubblicana “Giovine Italia” del Mazzini, che attendeva la redenzione direttamente dal popolo italiano.  Gran parte dei movimenti politici dell’Italia, si imperniarono sulla forma di governo che avrebbero dovuto assumere i vari Stati della penisola.  L’esempio straniero della democrazia francese e del liberalismo britannico, pareva indicare, secondo molti, quale dovesse essere la via per superare la condizione passata delle monarchie assolute; limitandone i poteri con una “costituzione”, che attribuisce buona parte della capacità ad un governo. In realtà la forma costituzionale di Governo aveva intrinseci dei gravissimi difetti: il dualismo frequente tra gli interessi della monarchia e le direttive del governo; la mancanza di continuità nell’indirizzo politico; l’abbandono della scelta delle persone stesse che dovevano governare ai risultati delle elezioni popolari.  Raro è, con un sistema costituzionale che il trono ed il governo siano tenuti ad un tempo da persone di prim’ordine, ed in accordo tra di loro, per il bene del paese.

La tendenza repubblicana, che intendeva togliere questi dualismi, e la generale “irresponsabilità” che ne derivano, urtava, in buona parte d’Italia, con la tradizione secolare signorile; ed anch’essa richiedeva dei capi di eccezione, non solo come ideologi, ma anche come realizzatori pratici. Così i movimenti furono disordinati e contradditori.

mrat e ferdinandoDi fatto, già nel 1815, i patrioti si erano, invano, riuniti intorno a Murat; e poi gli stessi avevano confidato, dal 1820 al 1831,  di potersi ancora avvalere dell’opera di qualche principe, che si facesse, con i propri mezzi, portavoce delle loro aspirazioni; prendendo appiglio da qualche movimento esterno, europeo, per iniziare la loro azione.  E così nel 1820, approfittando dei moti di Spagna, sperarono, a Napoli, di trascinare con sè il re Ferdinando, che fu pronto ad annullare la costituzione già giurata, ed ad atteggiarsi a persecutore, appena si sentì protetto dalle baionette austriache.

E nel 1821, in  Piemonte, un fatale malinteso tra i patrioti ed il principe di Carignano, Carlo Alberto, portò la sciagura agli uni e all’altro, e l’intervento ancora dell’Austria ad infrangere i loro carlo_alberto_savoiacomuni voti.  Infine, confidando nelle dichiarazioni del nuovo re di Francia, Luigi Filippo, che si credeva favorevole, i patrioti modenesi sperarono, nel 1831, nel loro principe, Francesco IV, che li tradì, appena si accorse che l’aiuto francese era un’illusione, e placò l’Austria col martirio dei patrioti; che furono trucidati dalle baionette austriache, senza che la Francia battesse ciglio, anche in tutte le zone dall’Emilia all’Umbria che si erano mosse costituendo lo “Stato delle provincie riunite”.

Quando Carlo Alberto, nell’aprile del 1831, saliva al trono di Piemonte, Giuseppe Mazzini, già incarcerato come carbonaro, ed ora esule, gli scriveva invocando la guerra contro l’Austria; ma Carlo francesco_dasburgoAlberto non confidava più nei rivoluzionari, riteneva il Piemonte debole ed isolato e sapeva di essere vigilato dalla potente Austria, contro cui intendeva armarsi lentamente, sicuramente.

La speranza  tuttavia di un avvenire più favorevole continuava a persistere, soprattutto perché il piano di Metternich di coalizzare tutte le potenze dell’Europa contro le nostre mire era fallito, e sempre più si intuiva la possibilità di vincere la sola Austria.

La delusione di Mazzini fu decisiva per la tendenza repubblicana che egli diede alla sua nuova società patriottica, la “Giovine Italia” (1832), che voleva una rivoluzione dal popolo, galvanizzato dall’esempio di audaci patrioti, senza confidare nè sull’aiuto straniero nè da quello di principi italiani.

Vera tempra di apostolo, armato di un’irresistibile volontà, ed illuminato dallo splendore di un pensiero possente, scrittore appassionato come un antico profeta, trascinatore di quanti subivano il fascino del suo ardore mistico, dei suoi stimoli, dei suoi rimproveri, dei suoi incoraggiamenti, pronto a sopportare qualunque sofferenza e miseria, qualunque rinuncia e fatica per l’attuazione dell’idea, in cui aveva fede illimitata, spinto da una assoluta e formidabile necessità di agire, Giuseppe Mazzini fu il vero animatore, e spesso l’enucleatore dei patrioti italiani, specialmente nel periodo in cui tutto era ancora da fare, tutto era ancora da osare, quando si dovevano foggiare gli animi e forgiare, incandescenti, i pensieri basilari.

Creatore di un verbo di vita nuovo, per gli Italiani, e per tutti gli Europei, a fondo    spirituale ed etico, che ispirava ogni suo atto; formidabile ideologo, e appassionato uomo di azione, Giuseppe Mazzini profetava che l’Italia sarebbe risorta ad unità dal suo smembramento e dalla oppressione, e che si sarebbe fatta iniziatrice di una vita nuova, di una potente unità delle nazioni risorte in Europa.

Perché ciò si realizzasse, occorreva rinnovare moralmente la vita degli Italiani; far loro comprendere che la vera vita del popolo, voluta da Dio, consiste nella libertà, che ogni uomo deve, contro il proprio egoismo,  ritrovarsi nel popolo; che gli individui non hanno valore, se non in quanto ritrovano in sé una comune natura, fonte della loro vita morale, governata dagli interessi della società di cui fanno parte; che le fortune del popolo devono avere pieno sopravvento sui diritti egoistici, e sugli interessi individuali, che la vita è missione e dovere;  che la Nazione stessa è una missione, il prodotto di libera vita dello spirito, esistente come ideale prima ancora di essere una realtà; che il pensiero  è veramente tale solo quando non resta astratto, ma si manifesta con l’azione.

giuseppe_mazziniE  per decenni i mazziniani furono schiere; ardenti come il maestro, fiduciosi, come lui, che solo l’esempio di eroi, pronti ad ogni rischio e ad ogni sacrificio per la patria, potesse realizzare la volontà di Dio; che l’Italia fosse libera dallo straniero, unita ed indipendente. E ne seguì tutta una serie di spedizioni ardimentose, di spontanee offerte al martirio, di meravigliosi e cruenti sacrifici volontari, che indubbiamente contribuirono a scuotere le masse intorpidite, a richiamarle alla causa sublime di quegli eroismi. Ma nell’insieme esse parevano dimostrare che la rivoluzione popolare, la liberazione della patria, non poteva derivare da quei soli martiri isolati.

Occorreva, per vincere l’Austria, avere dei soldati piuttosto che ricorrere alla rivoluzione; e per convincere le masse popolari, iniziare una efficace opera di preparazione e di riforme; occorreva infine avere una guida audace ed abile che fosse in grado di far sentire le aspirazioni dei nostri patrioti, ai potenti dell’Europa; e che si assumesse il tremendo compito di affrontare uno Stato fortissimo come l’Austria.

Ed i pensieri furono molti, ed i progetti numerosi, ed appunto per questo in antitesi, com’era naturale per la nostra separazione politica, e le diverse condizioni storiche e tradizionali di ogni regione.

Mazzini voleva l’unità attraverso la repubblica;  altri come Cattaneo e Ferrari, erano pure essi repubblicani ma federalisti; Gioberti (già consenziente con Mazzini, e più vicino al pensiero della massa italiana perché viveva in mezzo ad essa, ed era più informato dei fatti reali, che spesso sfuggivano all’esule Mazzini) con numerosi seguaci pensava che il popolo non assecondasse i garibaldipatrioti perché anticattolici, immaginava che occorressero accordi tra i popoli ed i signori, e auspicava, riprendendo l’idea di Campanella, una federazione tra questi signori, con il Pontefice a capo, arbitro paterno e pacificatore dell’Europa (il che avrebbe posto termine alla funzione antinazionale del Papato, formando con il presule di Roma un cattolicesimo nazionale anche in Italia); Cesare Balbo sperava che l’Austria venisse incontro ai desideri degli Italiani, sorretti dai principi e dai loro eserciti, specie da Carlo Alberto “spada d’Italia”; mentre Massimo d’Azeglio pretendeva la guerra contro L’Austria, preparata e condotta dal re Sabaudo.

Per conto suo Giuseppe Garibaldi, nella lontana America, dava l’esempio di come si potessero improvvisare degli eserciti, e vincere
delle grandi battaglie, con dei volontari.

Intanto tutta un’enorme opera di preparazione morale e spirituale, storica e politica, veniva fatta dai nostri  letterati, uomini d’azione; tra essi eccelleva Gioberti, che riprendeva la tesi già presente nei patrioti del ‘700 del primato delle genti italiane, e tentava con l’idea neoguelfa di conciliate i nuovi concetti rivoluzionari con la nostra tradizione cattolica.  Io vedo, egli scriveva, in questa futura Italia risorgente, fissi gli occhi di Europa e del Mondo; veggo le altre Nazioni…ricevere da lei per un moto spontaneo i princìpi del vero, la forma del bello, l’esempio e la norma del bene operare e del sentire altamente”..

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LA PREPARAZIONE

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Bisognava pazientare, preparare meglio, togliersi  dall’isolamento, e pareva chiaro a quasi tutti ormai, ai neoguelfi, compreso il banditore stesso del loro programma, il Gioberti ( si ricordi il “Rinnovamento d’Italia” edito nel 1851), a molti ex mazziniani, come il Manin, il Pepe, il Vannucci, ed a Garibaldi – delusi dall’azione eroica ma sventurata di Roma e Venezia nel 1849 -,  che l’Italia dovesse essere costruita sotto la guida della Casa Sabauda; programma fondamentale della nuova società che li unirà tutti nel 1857, la “Società nazionale Italiana”.

Il  verbo di Mazzini appariva abbandonato; il sogno repubblicano pareva fallito con la caduta della effimera repubblica romana del 1849.

La guerra del 1848-1849 anche se finita in modo sventurato, aveva dato l’abbrivio ad un altro sistema, basato sulla monarchia, che già una volta si era offerta come guida verso l’Unità.  In realtà  quasi tutti pensavano che dal Piemonte solo potessero e stessero per essere prese le iniziative supreme. Verso il Piemonte accorrevano patrioti da tutte le parti d’Italia, mentre Torino divenne il centro della vita intellettuale e patriottica di tutta la penisola; la letteratura si concentrava nel problema nazionale cercando vie nuove ed affermando che l’Italia doveva fare soprattutto da sé.

Di fatto il Piemonte stava attraversando uno dei rari periodi euforici concessi ad un paese da un regime costituzionale: quando il re ed il capo del governo siano entrambi uomini di primo piano, cooperanti  ad una impresa grandiosa..  L’euforia fu d’altro canto  tanto maggiore in quegli anni, in quanto i capi dei repubblicani, furono pronti, di fronte alle realizzazioni in atto, a rinunciare temporaneamente alle loro promesse pubbliche, per non intralciare il corso favorevole degli eventi con un meritorio e redditizio compromesso fra la rivoluzione e la monarchia.

I tre uomini  che incarnarono quel nuovo periodo fattivo del Risorgimento furono: Vittorio Emanuele II, Cavour e Garibaldi.

Il giovane re, Vittorio Emanuele II, che aveva ricevuto la corona sul campo insanguinato di Novara, e che aveva dovuto vincere cavour_emanueleIIinfinite difficoltà interne ed esterne, sorretto da un ministro fedele, il d’Azeglio, e poi da un vero genio politico, Camillo di Cavour,
presidente dei Ministri dal 1852, aveva iniziato un silenzioso, alacre lavoro di preparazione.  Una formidabile volontà, una  indistruttibile fede animava Cavour, che credette nella libertà ed indipendenza dopo Novara, nella guerra contro l’Austria dopo la pace di Parigi, nella prossima unità d’Italia dopo Villafranca.

Si restaurarono le finanze; si aumentò la ricchezza del paese  con tasse e prestiti fruttiferi, in quanto usati per aumentare la ricchezza, con provvedimenti agricoli, opere per l’irrigazione, nuove strade, ferrovie e canali, trattati di commercio e sviluppo industriale; si bersaglierimigliorò la giustizia sociale; si rinforzò l’esercito e la marina da guerra allestendo il porto di La Spezia; si aprì il paese agli emigrati politici di tutta Italia; ma soprattutto, per opera del Cavour, si ruppe, a dispetto di tutte le opposizioni, l’isolamento politico del Piemonte, facendolo partecipare, a fianco della Francia ed Inghilterra, nella guerra contro i Russi.

E dopo che i 15.000 soldati, inviati in Crimea, ebbero compiuto  prodigi di valore, sfatando la leggenda della loro incapacità, nata a Novara, nel congresso di Parigi ( febbraio 1856) il Cavour riusciva, con l’appoggio della Francia e dell’Inghilterra, ad incriminare pubblicamente, di fronte alle assise d’Europa, l’Austria , come turbatrice dell’equilibrio politico.

Il dado era tratto: il Piemonte poteva, nella sua missione di rivendicatore nazionale d’Italia, avvalersi dell’appoggio di qualche forte nazione europea.  In un primo momento fu l’appoggio  francese, o, per meglio dire, dell’Imperatore Napoleone III, che, sognando il primato francese, a danno dell’Austria, e un infeudamento  alla Francia di tutta la nostra penisola, si fece portavoce del principio della indipendenza delle nazioni.

A Plombières, nel luglio del 1858, dopo infinite peripezie, Cavour  riusciva a concludere l’accordo,  che prometteva l’aiuto dell’Imperatore, .- qualora l’Austria avesse dichiarato la guerra, – per riunire tutta l’Italia Settentrionale, fino ad Ancona, al Piemonte: compenso pattuito per la Francia la cessione sicura della Savoia, e, da discutersi in seguito, del Nizzardo: terre appartenenti alla  Casa Savoia, ma in parte fuori della nazione italiana.

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LE AZIONI – A PICCOLI PASSI VERSO L’UNITA’

La guerra, con regolari piemontesi e francesi, con i volontari guidati da Garibaldi, e con la flotta sabauda, fu fatta, gloriosamente, dall’aprile al giugno del 1859, con una serie di splendide vittorie: Montebello, Palestro e Magenta, Varese e San Fermo, Solferino e San Martino.  Gli Austriaci (che da principio avevano sperato con i loro proclami e la loro propaganda di staccare il popolo piemontese e sardo dal Governo), si erano già ritirati ad est del Mincio, quando giunse, quale fulmine a ciel sereno, la notizia della conclusione dell’armistizio tra Napoleone e l’Austria.

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L’Austria cedeva a Napoleone la Lombardia, meno Mantova, e Napoleone l’avrebbe passata a Vittorio Emanuele; per il resto d’Italia si proponeva una federazione, con a capo il Pontefice, in cui l’Austria avrebbe partecipato come signora del Veneto.

Ma per quanto Vittorio Emanuele, a dispetto di Cavour, dimissionario, accettasse pazientemente i fatti, nessuno avrebbe potuto realizzare quella confederazione.  I popoli d’Italia, che fin dal distacco dei loro sovrani nel 1848 – 1849, dall’impresa di Carlo Alberto, erano estranei ai loro governi, ed attendevano dallo Stato Sabaudo, la ripresa dell’azione comune, erano balzati in piedi, italiaabbattendo ogni ostacolo.  Fin da quando, il 26 aprile 1859, era scaduto lultimatum dell’Austria al Piemonte, dando origine alla guerra, dal 37 aprile all’11 giugno tutta una serie di città e regioni: la Toscana, Massa e Carrara, Parma e Piacenza, Mantova, la Romagna, le Marche, cacciati i vecchi dominatori, avevano creato governi provvisori, o ricevuti commissari delegati da Vittorio Emanuele: tali movimenti dovevano naturalmente portare all’unione con il Piemonte.  Niente e nessuno poteva più fermare quella meravigliosa, spontanea rivoluzione delle masse. Si potevano richiamare i regi commissari; ma  i governi provvisori prepararono subito le assemblee per l’unione plebiscitaria al Piemonte.

napoleone_iiiMinacce giunsero dall’Austria e minacce da Napoleone III; ma, al convegno per la pace, che si tenne a Zurigo, Cavour si assicura l’appoggio degli Inglesi, a cui sta a cuore impedire la strapotenza francese e quella austriaca; placa Napoleone promettendo la consegna, previo plebiscito, della Savoia e del Nizzardo – per quanto si tratti di sacrificio durissimo per la stessa Casa regnante – e così possono svolgersi, con risultati trionfali, i plebisciti per l’unione.

L’unificazione aveva fatto un bel passo avanti per merito di frammenti di classi diverse della borghesia e dell’artigianato, ma con l’assenza della nobiltà, di gran parte del clero e del ceto rurale:non si possedeva ancora il Veneto, ma, in compenso, gran parte dell’Italia Centrale era già unita col resto di quella Padana. Tale unione creava grave preoccupazione al governo papale, che a difesa dei confini arruolava volontari e mercenari, affidandone il comando ad un gen_lamorceregenerale francese, il Lamoricière.  Incominciava così a nascere un nuovo ostacolo francese all’unificazione totale dell’Italia.

Intanto l’opera era ripresa  al di là dei territori dello Stato pontificio; nel regno borbonico, dove una sommossa di popolo, sorretta da baionette di volontari, portò con travolgente rapidità all’unificazione.

Di fatto nella Sicilia e nel Napoletano, che erano già stati teatro di tante spedizioni di martiri mazziniani, prima era andata diffondendosi la “Società nazionale italiana”, collegata con la sede torinese per mezzo di esuli siciliani rifugiati in Piemonte, fra cui tra i primi Francesco Crispi, e il La Farina; poi, sotto l’esempio entusiasmante della vittoria del 1859, si era preparata l’azione, si erano tentati accordi con Garibaldi.

E anche quando la prima congiura fu scoperta, il ricordo dei tredici giustiziati riaccese l’ardore rivoluzionario.  Si riallacciarono le trattative; ed infine Giuseppe Garibaldi salpò con i “Mille” da Quarto, sbarcò a Marsala, e con lui si congiunsero i “picciotti” siciliani.

mille_marsalaAi Borbonici non restavano che le fortezze di Capua, di Caserta, di Gaeta. Ma ora occorreva incanalare la rivoluzione, l’azione delle masse e dei volontari e coronarla con l’unificazione, riconosciuta dalle potenze.

Fin qui il governo del Piemonte aveva finto di ignorare, anche se di fatto il re segretamente era d’accordo con La Farina; il Cavour per italia_2calmare le rimostranze dell’Inghilterra, memore sempre dei suoi miraggi sulla Sicilia, e quelle dell’Austria e della Francia, ribatteva trattarsi di autodecisione dei popoli, di azione spontanea, di soccorsi volontari.

Ma potevano ora sorgere dei pericoli: che il movimento potesse prendere pieghe separatiste repubblicane; sfociare in una azione su Roma, incappando nell’opposizione francese: pensò dunque il Cavour che il re di Sardegna dovesse intervenire, e dare il suggello della sua potestà  ed autorità regale all’impresa.

austriaFu azione travolgente, una marcia epica, da Marsala a Calatafimi, a Palermo, a Milazzo, oltre lo stretto, dove una dopo l’altra caddero infrante le resistenze avversarie a Salerno, a Napoli, sul Volturno.

teanoE mentre l’Austria, preoccupata dalle sommosse ungheresi, non si decideva ad impedirlo con le truppe ammassate nel Quadrilatero,  tranquillizzato Napoleone che non voleva minacciata Roma, chiamate dalle genti umbre e marchigiane maltrattate dal
Lamoricière, le truppe di Vittorio Emanuele si fecero strada lungo l’Adriatico, seguite da nuovi plebisciti, raggiunsero il Tronto, e si congiunsero a Teano con i volontari di Garibaldi, che, dopo aver consegnato al re l’esito dei plebisciti del Mezzogiorno, si ritirò, novello Cincinnato, nei suoi campi di Caprera.

Poco dopo Capua veniva espugnata, Francsco II si rifugiava a Roma, e il 18 febbraio 1861, si inaugurava il nuovo Parlamento, che proclamava il Regno d’Italia.

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17 MARZO 1861 – PROCLAMAZIONE DEL REGNO d’ITALIA

bastimenti_risorgimento

Il 27 Gennaio 1861 si svolsero le prime elezioni politiche generali per la formazione del Parlamento italiano. In base alla legge elettorale piemontese del 17 Marzo 1848, fondata sul censo, estesa alla Lombardia il 28 Novembre 1859 e, successivamente, agli altri Stati annessi nel 1859 e nel 1860, sono iscritte al voto 418.696 persone, pari all’1,9% della popolazione. Di queste votano solamente 289.583, pari al 57,2% degli aventi diritto. Sull’alto numero di astensione pesa la presa di posizione dei cattolici che avevano come parola d’ordine “né eletti né elettori”. Le elezioni furono una grande vittoria di Camillo Benso, Conte di Cavour che riuscì a far eleggere almeno 350 deputati dei suoi su443.

battaglia di solferino

Il 18 Febbraio 1861 si riunì a Torino il primo Parlamento italiano che aveva all’ordine del giorno la proclamazione del Regno d’Italia ed il nuovo titolo del re Vittorio Emanuele II°.

Il 26 Febbraio 1861 il Senato italiano approva con 129 voti contro 2 la mozione che conferisce a Vittorio Emanuele II° ed ai suoi discendenti il titolo di re d’Italia, costituendo così lo Stato unitario italiano.

La legge sarà approvata per acclamazione dalla Camera il 14 marzo e promulgata, finalmente, il 17 MARZO 1861 con Legge n.4671. Veniva così raggiunta la aspirazione della unificazione della patria. senato_risorgimento3Il 23 Marzo 1861 è costituito il primo governo italiano presieduto da Cavour.

Meno di quattro mesi dopo, moriva improvvisamente, logorato dalla fatica e dagli affanni, Camillo di Cavour, il grande che per un decennio aveva sorretto il suo re, nel compiere i passi decisivi per l’unificazione d’Italia; non senza aver avuto occasione di far capire alla nuova Camera, come anch’egli fosse sensibile alle aspirazioni, purtroppo difficili da realizzare, verso le regioni non pio_ixancora unificate: il Veneto e Roma.  “Ho detto, o signori” egli affermava , il 25 marzo 1861 alla Camera , e affermo ancora una volta che Roma, Roma sola, deve essere la capitale d’Italia”.  Egli sperava in un accordo con il Pontefice, ed aggiungeva: “così sarà dato, alla stessa generazione: di aver risuscitato una nazione … e d’aver …  riconciliato il Papato con l’autorità civile; di aver firmata la pace tra la Chiesa e lo Stato, fra lo spirito di religione ed i grandi princìpi di libertà”.

Ma la scomparsa di quell’uomo di genio, abilissimo “tessitore” delle fortune d’Italia; le difficoltà ed i contrasti interni che si manifestavano nel grande paese così rapidamente riunito, dopo tanta lunga separazione; le spinose questioni internazionali che erano implicate nelle sorti del Veneto e di Roma; – contro la volontà austriaca per la prima e francese per la seconda – l’urgenza  di assicurarsi contro l’isolamento politico, dopo i dissapori con Napoleone – e tante altre contingenze spiegano come gli anni che seguirono, siano stati così pieni di vicende e di preoccupazioni, di miraggi e di errori, di azione  e di volontà, da parte dei vari uomini di Governo che si succedettero al timone dello Stato , nessuno dei quali era in grado di ridare il momento di euforia che aveva goduto con Cavour.

Da principio parve che il problema di Roma  fosse il più preoccupante: con il Ricasoli che sperava indurre la Francia a ritirare la guarnigione data al Pontefice; con il Rattazzi (1862) che con la sua politica confusa lasciò iniziare, per poi fermarlo ad Aspromonte, opponendo soldati italiani a volontari, un tentativo di Garibaldi verso la meta agognata; con il Farini, il Minghetti, il Lamarmora i quali, per ottenere il ritiro da Roma della guarnigione francese, acconsentirono alla pretesa napoleonica che la capitale fosse trasportata da Torino a Firenze, significando implicitamente la nostra rinuncia a Roma (convenzione di settembre 1864).

Ma poi, ad un tratto, si presentò  possibile la soluzione del problema veneto, quando la Germania di Bismarck – tanto simile al nostro Cavour – per affrontare l’Austria, si alleò con l’Italia. Era la lotta dei due risorgimenti contro il loro comune nemico. Stava realizzandosi uno dei sogni di Mazzini, (condiviso anche da uomini così diversi da lui come Gioberti e Cavour), che fin dal 1832 aveva lanciato, nella Giovine Italia un “appello ai popoli della Germania: (… con noi … dovete procedere uniti. Abbiamo a combattere un nemico comune, abbiamo a vendicare le stesse delusioni e le stesse perfidie, abbiamo a conquistare gli stessi diritti, abbiamo a vincere le stesse ragioni di debolezza, le stesse divisioni in molte e piccole frazioni, e l’intervento straniero …  Procediamo concordi. Avvezziamoci a guardar le due cause come inseparabili … Ricordiamoci dei nostri padri. Essi furono spesso nemici: pure affratellarono spesso i loro destini … Pare che una legge, un principio morale ci abbia da gran tempo affratellati nei tentativi, e segnate per noi due vie parallele.  Seguitiamo questa voce. Essa è la voce dei nostri destini”.

Nel 1861, sempre coerente con sé, Mazzini nella Unità Italiana aveva ripetuto: “Aiutate a fondare l’unità dell’Italia. Voi avrete nel Mediterraneo un mare europeo, non un lago francese … Siate un popolo e ci intenderemo … (La Germania) non ha bisogno che di unità … ora non avrà unità, sino a che non cada l’impero degli Asburgo …”.

battaglia di lissaobbediscoLa campagna che seguì, nel 1866, pure avendo al suo attivo azioni gloriose, specie delle colonne volontarie di Garibaldi a Bezzecca e del Medici in Valsugana, fu congegnata dai nostri comandi in maniera imperfetta, e compromessa  dai contrasti tra i comandanti in capo, dell’esercito e della flotta, e tra essi e il governo centrale, in cui difettavano i ministri competenti.  E così, mentre i Tedeschi vincevano nei loro settori, a Sadowa, gli scontri sfavorevoli di Custoza e di Lissa  (dove la flotta italiana tenne impegnata una forte aliquota delle forze austriache con l’arciduca Alberto),  furono dannosi a noi, più che per la loro entità assai ridotta, per essere stati trasformati dalle nostre recriminazioni, e dalla boria austriaca in gravi sconfitte, e per il trattamento che il nostro nuovo alleato credette di infliggerci, facendo, sulle tracce di Napoleone nel 1859, una pace diretta col nemico, e riducendo le annessioni che erano state pattuite , fermando i Garibaldini   a Trento, e l’esercito sabaudo sulla via di Trieste.

re_italiaL’Italia ebbe così un Veneto mutilato delle zone Trentine, Triestine ed Istriane, ed un confine con l’Austria strategicamente insostenibile; un Adriatico aperto alla potenza navale austriaca, e alla penetrazione slava.

I nuovi Ministeri che si susseguirono, dopo la caduta di quello di Lamarmora, tornarono ora a pensare alla soluzione del problema romano: vuoi pacificamente, come ritentò invano il 2° Ministero Ricasoli; vuoi con una ambigua condotta verso un colpo di mano garibaldino, come fece nuovamente il Rattazzi.

Esso finì non solo ancora con un conflitto tra Italiani, ma anche con il ritorno a Roma di una guarnigione francese, contro cui dovette cedere dopo superbe azioni militari, Garibaldi, in un terzo tentativo (1867), per cui invano attese la collaborazione di una sommossa della popolazione romana.

Infine la complicazione europea della guerra franco-prussiana del 1870, produsse la occasione favorevole per tanto tempo attesa: e l’Italia , dichiaratasi neutrale, dopo delicate avvisaglie con i belligeranti, che già entrambi nostri alleati, irriconoscenti, ora temevano entrambi le nostre decisioni; quando dopo la vittoria prussiana, cadde automaticamente, insieme a chi l’aveva imposta, la “convenzione del Settembre” 1864,  credette giunto il momento di assicurarsi la capitale, desiderata con tanto ardore per cinquant’anni: ROMA.

Dopo un ultimo tentativo di Vittorio Emanuele di ottenere pacificamente la città, l’esercito italiano vi entra il 20 settembre 1870,(*) ed il 2 ottobre il plebiscito consacrava l’unione. Subito dopo la capitale passava da Firenze a Roma.

L’Italia era , finalmente, dopo 50 anni di azione (1820-1870), nelle sue grandi linee, unificata.

deamicis

Gen. Antonio Vargiu

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