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“Ninni non è tornato a casa…”

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Una storia di malasanità in Sardegna

La testimonianza di un Medico… pediatra in pensione

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REDAZIONE Si chiamava Ninni, e non c’è più. Non per una malattia inesorabile che non lasciava scampo, non per una fatalità imprevedibile. Non c’è più perché il sistema sanitario, quello in cui aveva riposto fiducia per anni, lo ha abbandonato nell’ultimo tratto di strada. E quella strada era percorribile.

Scrivo questa lettera come pediatra in pensione, con quasi quarant’anni di carriera nel servizio pubblico. Scrivo come cognata, come osservatrice a distanza di una vicenda che ha lasciato la mia famiglia con molti dubbi e molta rabbia. E scrivo perché Ninni merita che qualcuno lo dica ad alta voce.

Chi era Ninni

Era un uomo che aveva imparato a convivere con la malattia senza lasciarsi sopraffare. Dializzato da tre anni, aveva progressivamente rinunciato a tante cose (la caccia, la barca, le passeggiate a Caprera, i viaggi in continente) ma non alla voglia di vivere. Con l’aiuto di ausili aveva sopperito alle difficoltà motorie e si era costruito un mondo più piccolo, ma dignitoso e soddisfacente. Aveva carattere, aveva forza di volontà.

Non era abbastanza, alla fine, per sopperire alle mancanze di chi avrebbe dovuto occuparsi di lui.

La prima incuria: il medico di base assente

Ninni era un paziente nuovo per il suo medico di base, e come tale avrebbe avuto bisogno di attenzione particolare, di qualcuno che facesse da tramite tra lui, la sua storia clinica complessa e il sistema sanitario. Questo non è avvenuto.

La moglie aveva invano contattato il medico di base per segnalare il peggioramento delle condizioni del marito. Non c’era stata risposta al suo messaggio. Di conseguenza, una delle richieste più importanti, quella riguardante la persistenza della diarrea che stava ulteriormente debilitando un paziente già fragile, dializzato, con ulcere agli arti inferiori, era rimasta ignorata.

Un medico di base non è un mero prescrittore di farmaci. È il presidio di prossimità che dovrebbe accompagnare il paziente e la sua famiglia nei momenti di difficoltà. In questo caso, quel presidio non c’è stato.

La seconda incuria: il trasporto alla dialisi negato

Per un paziente dializzato, raggiungere le sedute di dialisi non è un optional: è una necessità vitale. Eppure anche questo era diventato un problema irrisolvibile. Il trasporto era impossibile, persino con l’aiuto di amici e vicini. La moglie si era trovata davanti a un muro.

L’ASL avrebbe avuto la facoltà e il dovere di intervenire, almeno economicamente. Anche in questo frangente la moglie si è dovuta attivare a pagamento con la Croce verde.

La terza incuria: il primo pronto soccorso, e il rimando a casa

Circa una settimana prima del trasferimento in elisoccorso, Ninni aveva già fatto un accesso al Pronto Soccorso dell’ospedale di La Maddalena. Il motivo era un’emorragia a un arto inferiore, causata da un trauma su una delle ulcere che stava cercando di curare grazie alla disponibilità di un bravo medico dell’ASL. Dopo tre ore di attesa e un bendaggio, era stato rimandato a casa.

Questo nonostante la sua situazione clinica fosse in peggioramento da giorni. Nonostante fosse impossibilitato a mantenere la stazione eretta. Nonostante si trattasse di un paziente dializzato, con un quadro di base già compromesso.

Da pediatra, mi sarei aspettata almeno un ricovero in osservazione. O in alternativa, un trasferimento immediato all’ospedale di Olbia, struttura di riferimento per la zona, visto che l’ospedale di La Maddalena è stato ormai declassato e privato di molte delle sue capacità diagnostiche e terapeutiche. Un tempo era un fiore all’occhiello per tutta la Sardegna settentrionale, con la sua chirurgia e il suo punto nascita. Oggi non è più in grado di gestire autonomamente casi complessi.

Quella dimissione ha rappresentato, a mio giudizio, un errore clinico grave. E ha consegnato a Ninni e a sua moglie un’altra settimana di peggioramento senza cure adeguate, nonostante le numerose richieste di aiuto della moglie al medico nefrologo di riferimento. Purtroppo il passaggio del medico nel centro dialisi di La Maddalena è sporadico e poco frequente in questi ultimi anni e anche questa mi sembra una situazione inaccettabile. Quando finalmente il nefrologo suddetto, pregato dalla moglie, si è avvicinato per una visita domiciliare, rendendosi conto della serietà dello stato del paziente, ha programmato per lui un ricovero in PS dopo la dialisi del giorno successivo. Il peggioramento del quadro clinico e l’inadeguatezza dell’ospedale hanno spinto i medici al trasferimento ad Olbia.

La quarta incuria: l’arrivo ad Olbia, una settimana dopo

Quando finalmente è partito l’elisoccorso, era troppo tardi per agire in anticipo. Ninni arrivava ad Olbia con segni evidenti di sepsi, edema polmonare, stato soporoso a tratti. Condizioni critiche, costruite mattone dopo mattone in quella settimana di porte chiuse.

Quello che ha trovato ad Olbia non era il punto di arrivo di una presa in carico tempestiva: era il tentativo disperato di recuperare il tempo perduto.

Ha atteso tre giorni in Pronto Soccorso un letto di medicina d’urgenza letto che non si è mai liberato. È stato quindi trasferito in un reparto di medicina ordinaria, dove è stato tenuto in vita con noradrenalina, trasfuso, sottoposto a dialisi quotidiana nel tentativo di ridurre l’edema polmonare che affaticava il suo cuore ormai scompensato.

E qui, in questo frangente già durissimo, si è consumata un’ultima, intollerabile incuria: quella comunicativa. Le notizie venivano date con distacco, con scarse spiegazioni. La moglie, che per giorni aveva chiesto aiuto senza ottenerlo, si è sentita chiedere dai nefrologi come mai il marito fosse arrivato in quelle condizioni. Come se lei fosse parte del problema, e non la persona che più di tutti aveva cercato di aiutarlo.

A volte basterebbe un po’ di empatia per cambiare radicalmente un approccio difficile. Per far sentire una persona meno sola nel momento più buio.

La fine

Nel pomeriggio della nona e decima giornata di ricovero, Ninni sembrava stare meglio. Era lucido, reattivo. I familiari lo hanno salutato.

La mattina del giorno successivo, si è spento.

Non è stato spiegato come. Non ci sono testimonianze sul momento della sua morte. Probabilmente il suo cuore, scompensato e provato oltre il limite, è andato in arresto.

Quello che rimane

Non scrivo questa lettera per trovare un colpevole da processare. I colpevoli, in storie come questa, sono tanti e spesso nessuno si sente tale: sono le singole decisioni sbagliate, i messaggi senza risposta, i rimandi a casa frettolosi, i letti che non ci sono, i tagli che hanno svuotato un ospedale periferico trasformandolo in uno scrigno senza risorse. Sono anni di scelte politiche e amministrative che hanno prodotto un sistema in cui medici e infermieri sono oberati, demotivati, costretti a fare i burocrati invece che i clinici, e in cui l’umanità è diventata la prima voce tagliata dal bilancio.

  • Si poteva evitare? Forse non del tutto.
  • Ma si poteva fare meglio, in ogni singolo passaggio di questa storia? Senza il minimo dubbio.

Ninni lo meritava. Lo merita sua moglie, che ha combattuto per lui fino alla fine con gli strumenti che aveva, e che ha perso. Lo meritano tutti i pazienti che ogni giorno si affidano a un sistema che non dovremmo mai smettere di pretendere migliore.

Perché questa non è una storia eccezionale. È, purtroppo, una storia sempre più comune. Ed è esattamente per questo che vale la pena raccontarla.

Anna Maria Baldassar Ferrero – Pediatra in pensione, Torino

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