Quale senso dare all’Intelligenza Artificiale?
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REDAZIONE – Sentiamo, da più parti, dire che: l’Intelligenza Artificiale, IA, semplifica la vita. Bene! Ma, semplificare per quale fine? Una vita resa più facile, vuol dire una vita che fatica di meno, risparmia tempo, riposa di più. Pertanto, meno fatica comporta più energie per…; risparmio di tempo significa tempo per…; maggiore riposo per poi… Dunque, i fini sono tanti e tutti confermano l’opinione comune riguardo il buon utilizzo dell’IA. Infatti, non vi è dubbio che l’IA risponde a un bisogno umano: faticare, fisicamente e mentalmente, sempre di meno. Questo, perché la fatica è vissuta come: peso, pena, necessità, obbligo.
L’uomo per sua Natura tende a risparmiare e non solo in campo economico, ma anche in fatica e tempo.
Però, la nostra vita personale è in buona parte vissuta in società, ha un imprescindibile luogo anche sociale. Infatti, viviamo non solo per noi stessi, ma anche PER gli altri e CON gli altri. Per questo, i fini e i meriti dell’IA che abbiamo elencato devono essere indirizzati e guidati anche verso l’orizzonte sociale. Se il risparmio economico è destinato alla capitalizzazione a giusta garanzia del presente e, soprattutto, del futuro, risparmiare fatica e tempo dovrebbe avere anche lo scopo di dedicare energie, fisiche e mentali, anche per un’opera sociale; avere tempo a disposizione per l’altro da ascoltare, da accompagnare, da curare. Dunque, energie in più per sé stessi e PER gli altri, CON gli altri; più tempo PER noi stessi, ma anche PER chi vive CON noi. No, non possiamo essere i soli beneficiari e fruitori di una vita semplificata grazie all’IA.
Pertanto, l’IA mette a dura prova l’utilizzo che possiamo fare del risparmio di energie, fisiche e psichiche, e di tempo. L’IA pone l’uomo post-moderno e post-tecnologico di fronte alla domanda inevitabile: è umano o no che i risparmi che si ottengono dal corretto uso dell’IA siano solo a beneficio individuale e non anche per un fine sociale, bello e buono? Il rischio, fondato, dovendo fare i conti con il naturale istinto dell’egoismo, è quello di alimentare l’individualismo; eccedere nell’aspetto ludico, godereccio della vita; rinforzare l’Ego; sollevare ancor di più il brutto muro del privato; chiudersi nel miope particolare. L’IA, come tutti i prodotti tecnologici che entrano a far parte della vita quotidiana, ha anche l’altro volto della moneta in uso, e questo non può essere ignorato, trascurato o ritenuto non importante.
Anche nella nostra Era digitale e dell’IA, è sempre e comunque valido il principio che afferma che qualsiasi progresso tecnologico deve avere in sé sempre un duplice fine: migliorare la qualità della vita personale e, insieme, promuovere la socialità umana. In altre parole: il bene del singolo individuo insieme al bene comune. Il bene individuale e il bene comune possono e devono co-abitare, con-vivere. Detto questo, ancora una volta
l’umanità è posta di fronte ai suoi limiti e alle sue reali capacità per poterli superare, però dentro il sano dualismo: IO-L’ALTRO, IO-PER, IO-CON. L’uomo ha nel suo Essere la radice di tutte le sue contraddizioni, ma ha anche l’antidoto per curarle e guarirle. L’uomo singolo non può vivere, esprimersi in pienezza senza il plurale. Pertanto, l’uomo dell’IA ha oggi l’occasione di non chiudersi in un altro cieco e sordo egoismo, ma di aprire, anzi spalancare la porta della sua umanità che gli dice: “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Mc 12, 31).
Don Sandro Serreri
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