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Youssef Siher non risponde al gip. Continuano le indagini della Digos

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Rassegna Stampa

REDAZIONE – Youssef Siher, creatore dei canali social del “Movimento 17 ottobre”, ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio davanti alla giudice per le indagini preliminari (gip) di Milano, Tiziana Landoni. L’udienza si è svolta nel carcere milanese di San Vittore, dove Siher è detenuto.

Al termine dell’interrogatorio, i suoi avvocati, Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar, hanno contestato le accuse rivolte al loro assistito, sostenendo che non vi sarebbero elementi per attribuirgli responsabilità nei fatti contestati.

«Lui non ha fatto niente. Non c’è stata alcuna condotta istigatoria alle violenze, non c’è il terrorismo, non c’è alcun reato», hanno dichiarato i legali, spiegando di aver contestato le imputazioni sotto il profilo giuridico.

La difesa ha inoltre chiesto che Siher torni in libertà, sostenendo che non sussisterebbero né il pericolo di fuga né gravi indizi di colpevolezza tali da giustificare le esigenze cautelari.

Gli avvocati hanno anche espresso sorpresa per la vicenda, collegandola al clima politico del momento. «Non siamo sorpresi in termini assoluti, considerata l’aria politica che tira, però nello specifico sì. Non ha commesso nessun reato», hanno affermato.

La posizione di Siher resta ora al vaglio dell’autorità giudiziaria. Le dichiarazioni dei difensori rappresentano la linea della difesa e le contestazioni dovranno essere valutate nell’ambito del procedimento.

Nel frattempo.

La Digos: dalle chat oltre 230 persone: 150 perquisizioni in tutta Italia. L’indagine della Digos di Monza e Brianza ha fatto emergere messaggi con riferimenti ad armi, aggressioni alle forze dell’ordine e saccheggi. Sequestrati coltelli, tirapugni, sfollagente e altri oggetti atti a offendere.

È partita dagli accertamenti della Digos di Monza e Brianza la vasta operazione della Polizia di Stato che, il 24 ottobre, ha portato all’esecuzione di circa 150 perquisizioni personali e domiciliari in diverse province italiane, nell’ambito delle indagini sui disordini avvenuti a Milano tra il 17 e il 18 ottobre.

L’inchiesta ha preso avvio dall’analisi di alcuni messaggi pubblicati nelle chat utilizzate da persone coinvolte nelle manifestazioni. Tra questi, un messaggio nel quale un utente suggeriva di non indossare subito il passamontagna, ma di metterlo soltanto in un secondo momento, così da confondersi inizialmente tra la folla ed evitare di essere identificato dalle forze dell’ordine.

Le prime perquisizioni in Brianza

Il messaggio ha attirato l’attenzione degli investigatori, che nel pomeriggio del 22 ottobre hanno eseguito, in provincia di Monza e Brianza, una perquisizione delegata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Milano nei confronti di un minorenne individuato come autore della comunicazione.

Nell’abitazione del giovane sono stati trovati un passamontagna e una maglietta del marchio Under Armour, ritenuta proveniente dal saccheggio dell’omonimo negozio milanese. Gli accertamenti hanno successivamente portato a una seconda perquisizione nei confronti di un altro minorenne, nel cui domicilio è stata recuperata un’ulteriore maglietta della stessa marca, anch’essa ritenuta sottratta durante i saccheggi.

La chat WhatsApp con oltre 230 partecipanti

Un passaggio decisivo per lo sviluppo dell’indagine è arrivato dall’analisi del telefono cellulare del primo minorenne perquisito. Gli investigatori hanno individuato un gruppo WhatsApp composto da oltre 230 partecipanti, all’interno del quale sarebbero circolati messaggi con riferimenti ad armi, oggetti atti a offendere, fumogeni e petardi.

Nelle conversazioni sarebbero emersi anche propositi di aggressione nei confronti degli appartenenti alle forze dell’ordine, tentativi di sottrarre loro le armi, danneggiamenti di veicoli di servizio e ipotesi di incendio di edifici pubblici. Non sarebbero mancati riferimenti a possibili azioni predatorie ai danni degli esercizi commerciali.

I messaggi esaminati dagli investigatori avrebbero inoltre prospettato nuove iniziative di piazza per il 24 ottobre, con il rischio di ulteriori episodi di violenza.

Le minacce contro le forze dell’ordine e i propositi di saccheggio

Tra i messaggi diffusi dalla Polizia di Stato figurano espressioni come «E noi gli rubiamo le armi» e «Prendiamone uno lo picchiamo e li leviamo l’arma di dosso», riferite alla possibilità di aggredire gli operatori delle forze dell’ordine e sottrarre loro le dotazioni.

In altre conversazioni sarebbero state prospettate azioni contro edifici governativi e veicoli dei Carabinieri. Gli investigatori hanno inoltre rilevato messaggi nei quali si chiedevano informazioni per procurarsi fumogeni e petardi potenti, insieme a inviti a portare coltelli, spray urticanti e bastoni.

Sul fronte dei saccheggi, tra le comunicazioni riportate figurano riferimenti a presunte rapine ai danni di negozi di lusso e di un esercizio della catena McDonald’s. Si tratta di contenuti acquisiti nell’ambito dell’indagine, la cui effettiva rilevanza penale dovrà essere valutata dagli organi competenti.

L’operazione nazionale e i sequestri

Gli elementi raccolti dalla Digos brianzola hanno consentito di estendere l’attività investigativa e preventiva su scala nazionale. Il 24 ottobre, sotto il coordinamento della Direzione centrale della Polizia di prevenzione, con il coinvolgimento delle Digos e delle Squadre mobili delle Questure interessate, sono state eseguite circa 150 perquisizioni personali e domiciliari, finalizzate in particolare alla ricerca di armi e munizioni detenute illegalmente.

In provincia di Monza e Brianza gli accertamenti hanno riguardato 32 persone residenti in 16 comuni, tra cui Monza, Seregno, Giussano, Carate Brianza, Limbiate, Nova Milanese e Desio.

Nel corso delle operazioni sono stati rinvenuti e sequestrati coltelli a serramanico e a farfalla, un’accetta con la sequenza numerica «1312» impressa sulla lama, indicata come riferimento all’acronimo ACAB («All Cops Are Bastards»), tirapugni, uno sfollagente telescopico, due pistole scacciacani prive di tappo rosso, frangivetro, passamontagna e altri oggetti potenzialmente utilizzabili per offendere.

Le indagini proseguono per ricostruire le condotte emerse dalle conversazioni e dagli accertamenti, individuare eventuali ulteriori responsabilità e verificare la portata dei propositi espressi nelle chat. I messaggi e gli oggetti sequestrati costituiscono elementi investigativi, la cui rilevanza dovrà essere accertata nelle sedi competenti.

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